Definitemi come vi pare: la Stagione dei Gemelli
(21 maggio – 21 giugno)

Ci siamo: il Sole è entrato nel segno dei Gemelli il 20 maggio, quest’anno un po’ in anticipo, e siamo prontissim* e carichissim* per affrontare la nuova stagione nel modo più caotico possibile. Ho sempre trovato difficile descrivere il Gemelli, troppe cose sono state dette sul suo conto, e quella visione stereotipata che lo ritrae come un eterno Peter Pan è talmente radicata che per riabilitarlo mi ci vorrebbe una tesi di laurea magistrale. E non ho nessuna intenzione di farlo. Mettiamo in chiaro un concetto: leggerezza non significa necessariamente superficialità. L’insegnamento del Gemelli è la capacità di evitare le trappole dell’attaccamento, il saper comprendere il momento giusto per voltare le spalle a situazioni, cose, persone, case, libri, auto ecc.. che non portano più né arricchimento, né crescita, è l’abilità di non restare schiacciati dai macigni della vita. E lo fa cambiando, mutando, imparando cose nuove, adattandosi a nuovi ambienti in maniera camaleontica, contraddicendosi pure. Non è leggerezza, è spirito di sopravvivenza.

Di Marguerite Yourcenar, una delle più grandi scrittrici della letteratura mondiale, è doveroso esaltare, oltre alla magia dei suoi scritti, la molteplicità del suo essere in tutti gli aspetti della sua vita di donna e di artista; già il gioco sottile dell’anagramma con cui ha scelto di ridefinire il suo cognome, di rimescolare le proprie radici per presentarsi al mondo in maniera totalmente nuova, è un atto che la dice lunga sulla sua natura di spirito libero.
«Nulla di ciò che è umano mi disgusta», fa affermare Yourcenar al suo prozio Egon, la cui storia racconta in Quoi? L’eternité, e nelle sue pagine la scrittrice si mescola ai personaggi che crea, indagando profondamente le luci e le ombre dell’animo umano senza mai giudicare, ma anzi, approfondendo sullo stesso piano le cadute, le emozioni, le ascese e le sconfitte, le bassezze e le passioni, alla luce dei suoi irrinunciabili ideali di conoscenza e libertà. Rimasta orfana di madre subito dopo la sua nascita, Yourcenar bambina riceve un’eccellente educazione dal padre e da tutori privati: a otto anni si appassiona alle opere di Racine e Aristofane, a dieci impara il latino e a dodici il greco.

Nel 1920, a soli diciassette anni, pubblica “Le jardin des Chimères”, la sua prima opera in versi per cercare di rimediare a una situazione economica familiare dilapidata dal padre nel gioco d’azzardo. Nel 1924, durante un viaggio in Italia, Yourcenar visita per la prima volta Villa Adriana e inizia la stesura “Carnet des Notes per le Mémoires”. Nei suoi taccuini di appunti, Yourcenar scrive che il romanzo storico rappresenta per lei la ricostruzione di mondi interiori e modi di pensare passati, un delicato gioco di equilibri tra fonti e invenzione letteraria. Da questo connubio, nel 1951 viene pubblicato Memorie di Adriano, l’opera più nota e di maggior successo della scrittrice. Il romanzo è concepito come una lunga lettera di Adriano a Marco Aurelio: Yourcenar lo scelse come destinatario perché affascinata dalla comunanza d’anime tra i due imperatori. Adriano, sentendo prossima la morte, ripercorre le tappe della sua vita di uomo e di politico allo scopo di istruire il giovane che prenderà il suo posto. Al lettore viene presentato un personaggio storico messo a nudo, spogliato di ogni corazza o scudo, in balia di se stesso e dei suoi tratti meno eroici. La narrazione fiume di Yourcenar diventa ben presto una commistione di ricordi, esperienze, vicissitudine, sentimenti e nostalgie. La voce dell’imperatore morente si fonde con quella della scrittrice: del resto, la scrittura del romanzo l’aveva impegnata per più di 30 anni, la ricostruzione del passato diventa ricostruzione del suo mondo interiore, il piano della vita si fonde con quello della letteratura.

Yourcenar vive in pieno secondo secolo: il suo scopo, in fin dei conti, era quello di rifare dall’interno ciò che gli archeologi cercano di riportare alla luce, trasferirsi con il pensiero nell’identità dell’altro.

«La morte non le pare un’ingiustizia?». «No», aveva risposto Michela Murgia alla domanda del giornalista del Corriere della Sera a cui aveva rivelato per la prima volta di soffrire di una malattia terminale. «Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi». Michela Murgia nasceva il 3 giugno 1972. Il racconto di quelle dieci vite vissute è uscito in libreria il 30 aprile scorso: Ricordatemi come vi pare: in memoria di me è il libro che la scrittrice ha dettato al suo editor Beppe Cottafavi, accogliendolo nella sua casa romana nelle sere di luglio.

È così che in alcune pagine leggiamo dei primi tentativi di scrittura avvenuti sulla piattaforma di un gioco fantasy, Lot, in cui Michela Murgia è un’elfa, Ninque, che servono anche a spiegare il suo modo di concepire la scrittura: sia nel gioco, sia nel blog tenuto durante i suoi anni di lavoro in un call center in Sardegna, la scrittura è comunità, collettività, un processo e un esercizio fatto di condivisioni, opinioni diverse, che prende in esame il pensiero dell’altro e tesse in questo modo la trama del suo primo libro, Il mondo deve sapere. C’è un piccolo capitolo molto interessante all’interno del libro in cui Murgia tenta di rispondere alla domanda: «Quindi, che mestiere hai fatto?». «Per la maggior parte del tempo, a dire il vero, non ho fatto la scrittrice, ho fatto altre cose. Ho lavorato, ho rotto le scatole, ho lottato».

In Ricordatemi come vi pare ci sono tutti i tasselli per mettere insieme come un puzzle Michela Murgia: ci sono le sue mille lei, le sue prese di posizione, c’è la scrittura collettiva e conflittuale allo stesso tempo, il concetto di famiglia e di figlio dell’anima che ritroviamo in Accabadora e in Chirù, il suo rapporto con la malattia e la morte. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».

Trovare una fonte di arricchimento anche nel cancro e trattarlo come una parte si sé: Michela Murgia non poteva che essere una Gemelli.

La tradizione vuole che il libro di maggio del gruppo di lettura sia uno dei migliori dell’anno, che mette più o meno d’accordo tuttə.

Una volta constatato l’esiguo numero di scrittorə portoghesi tradottə in italiano, la maggioranza ha voluto che vincesse un grande classico, uno dei maggiori scrittori della letteratura portoghese e mondiale, premio Nobel per la letteratura 1998, antiberlusconiano e da sempre difensore della causa palestinese, Josè Saramago riesce a far breccia in molti cuori per l’originalità e l’acume delle sue storie, che partendo da prospettive e scenari inusuali analizzano con grande accuratezza e profondità la società contemporanea e l’animo umano.

Con Le intermittenze della morte immagina il progressivo collasso di un Paese in cui, di punto in bianco, non muore più nessuno. Passando da ironia, satira, critica più evidente, fino a toni decisamente più emotivi e sentimentali, riesce a fare l’impensabile: farci empatizzare con la morte. La rivaluta, ce la rende umana, le restituisce dignità in un mondo in cui viene considerata il tabù da rigettare, pur essendo l’unica cosa che realmente governa e indirizza la vita.

Nonostante sia stato promosso almeno con la sufficienza all’unanimità, nessuno è realmente immune da critiche e scontenti:
Qualcunə non ha apprezzato l’evidente spaccatura in due del libro e avrebbe preferito uno sviluppo della prima parte. C’è chi ha definito il finale quasi banale, inconcludente.
A moltə è risultata ostica la tipica cifra stilistica dell’autore portoghese, che è solito avere un rapporto molto complicato con la punteggiatura: non è stato semplice entrarci in sintonia, ci sono volute svariate decine di pagine, e alcunə non sono riusciti a farci pace nemmeno alla fine.

Nell’insieme, però, non sono volate teste e non è stata espressa nessuna condanna, anzi, per qualcunə è nato un nuovo amore e c’è chi lo ha definito il miglior libro letto quest’anno con il gruppo (persona che avrà il prossimo giro offerto dalla casa, perché non sono di parte, no).

Dal Portogallo voliamo ora in Giappone per leggere Il fucile da caccia di Inoue Yasushi, per poi fare altri undicimila chilometri e volare a Città del Messico, dove è ambientato il mattone che ci accompagnerà per ben tre mesi durante tutta l’estate. Vincitore -per poco- in una lista con altre quindici proposte, è stato votato a maggioranza I detective selvaggi di Roberto Bolaño, con le sue 688 pagine.
Ringraziamo i quindici sfidanti per aver partecipato ed essersi difesi con onore, ovvero:

Vi aspettiamo lunedì 17 giugno per l’ultimo, sentitissimo appuntamento di questa stagione GOL 23/24.

Guida turistica agli Aldilà Possibili + Guida turistica agli Aldiqua selvatici

Le guide turistiche di Čapek Magazine sono adatte a tutte le tasche e a ogni età, single e famiglie, animali e robot, messicani e tedeschi (cit.)

Ci troverete consigli di viaggio scritti, disegnati o illustrati da oltre 100 fumettistə, scrittorẹ, pittorə, psichiatrə, indovinə, extraterrestrə, cartoonist, inventorə, mentalistə, regine del sottosuolo, aspiranti papi.

Breve elenco di cose che potranno esservi rivelate:

– una breve guida all’Oltremondo Egizio
– il primo censimento dei portali extradimensionali
– un elenco di geniali invenzioni mai realizzate
– come si prepara un corretto temazcal, spiegato da una vera strega messicana
– come si coltivano i licheni cosmici
– come partecipare a un torneo di Scopone Ultrascientifico

E qui ci fermiamo che non possiamo scendere troppo nei dettagli.

Vi diciamo solo che sarebbe meglio averle, perché non si sa mai quante di queste cose potranno tornarvi utili in questa vita. O nell’altra.

All you need is beauty: la Stagione del Toro
(20 aprile – 20 maggio)

A me la stagione del Toro mette fame.
No, non di cibo, non parlo di quella fame là, è più appetito di incontri, di socialità, di intimità condivisa, di passeggiate lungo fiume, di bicchieri di vino e di risate, voglia di riempirmi gli occhi di bellezza.

E per celebrarla come si deve, ho scelto due mostri sacri della letteratura, che hanno scritto di bellezza in modalità diverse, proprio come si addice alla loro natura taurina: Vladimir Nabokov e Goliarda Sapienza.

Tra le opere più conosciute di Nabokov troviamo senza ombra di dubbio Lolita, romanzo pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955 che fece subito parlare di sé per il contenuto scabroso delle sue pagine: la storia d’amore tra un non più giovane professore di origine europea e una ragazzina americana, scandita dalle tappe di una fuga che attraversa i motel di buona parte degli Stati Uniti. Ciò che scandalizzò la pubblica opinione non fu soltanto il racconto delle varie vicissitudini e delle azioni al limite della legalità compiute da Humbert, ma anche la totale disinvoltura con la quale Lolita, a un certo punto, seduce il professore. Come però appare agli occhi di un lettore che non è alla smaniosa ricerca dello scandalo, il problema principale non sta nella grande differenza di età tra i due, ma nell’amore stesso. Il sentimento che Humbert prova per Lolita è totalizzante, ossessivo, devastante: il suo è un tentativo disperato di replicare e di far rivivere un amore interrotto sul nascere quando era ragazzino. E di fatto, all’interno del rapporto è come se i due fossero coetanei, come se il tempo si fosse fermato nella ricerca di un qualcosa che si pensava perduto per sempre. Si potrebbe dire che questo tentativo da parte di Humbert di arrestare il tempo sia guidato dalla volontà di far durare per sempre i bei momenti della sua giovinezza. Il primo amore infantile, adolescenziale, viene traslato nel rapporto con Lolita: è il momento magico, capace di fermare il tempo.

Tutta la vicenda disperata di Humbert Humbert sta nel riuscire a ricreare questa impressione sublime di tempo che si ferma. Ma il suo ideale di bellezza verrà completamente cancellato dal ritrovare, alla fine del libro, una Lolita invecchiata, diversa, e dal realizzare che sebbene non più giovane, non più “ninfetta”, la ama anche così.

Rimasto in un cassetto per più di vent’anni, rifiutato e rimbalzato da una casa editrice all’altra a causa delle tematiche avanguardistiche di cui tratta, L’arte della gioia è il romanzo capolavoro di Goliarda Sapienza, a cui la scrittrice lavorò dal 1967 al 1976, pubblicato postumo dopo la sua morte. Protagonista del romanzo è Modesta, una bambina siciliana nata in una famiglia poverissima. Modesta subisce abusi dal suo presunto padre, e dopo aver perso madre e sorella in una tragedia, viene dapprima affidata a un convento e poi trasferita in una famiglia facoltosa, di cui amministrerà in seguito il patrimonio, diventandone parte integrante. Dotata di fine intelligenza e di grande apertura mentale, considerando il periodo storico in cui è ambientata la sua storia – Modesta nasce il primo gennaio del 1900 e vivrà in prima persona tutti i grandi cambiamenti del ventesimo secolo -, è guidata dall’idea che le donne debbano riconquistare un proprio riconoscimento, una posizione che è sempre spettata loro di diritto.

Attraverso il personaggio di Modesta, Sapienza racconta i pregiudizi e le contraddizioni di un secolo, insegna agli uomini il modo in cui una donna può provare piacere, dà ai disabili la dignità che non è loro riconosciuta, dice alle persone che hanno il diritto di amare chi gli pare. E lo fa utilizzando un linguaggio fino ad allora ritenuto scabroso, sfacciato, che non si pone freni e che si mette al servizio della verità delle parole. Come raccontare il corpo della donna, il piacere, la gioia del sesso e della masturbazione senza ricorre al grande repertorio del vocabolario della lingua italiana? È dal lessico adoperato che inizia la rivolta, dalla descrizione dei genitali, delle scene di sesso con Carmine, Carlo, Mattia, Beatrice e Nina, dallo scrivere nero su bianco parole considerate ancora indecenti. Sapienza non risparmia nemmeno critiche e prese di posizione contro il fascismo: si serve della fiction per schierarsi apertamente contro il regime e farsi testimone di un ventennio che avrebbe cambiato per sempre la società italiana.

L’arte della gioia è un romanzo necessario: è evoluzione, progresso, non mero esercizio di storie e intrecci ben costruiti. È testimonianza di un momento ben preciso, e dentro di sé porta il germe di una rivoluzione che tutt’oggi è in corso. La rivoluzione delle libertà. Una rivoluzione che vuole imporre il diritto alla felicità, a quell’arte della gioia che implica la libertà di essere.
Ditemi voi se questa non è bellezza.

Qual è il giusto equilibrio tra interpretazione personale e fatti documentati, quando si scrive un romanzo storico?
Ci si può immedesimare in un personaggio come Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, pur non avendo vissuto in Russia durante il regime di Stalin?
E quanto è legittimo usarlo come espediente per dare voce alle proprie idee sul rapporto tra arte e potere?
L’arte può davvero esimersi dall’essere politica?
[provocazione della libraia: c’è qualcosa che può esimersi dall’essere politica?]

Il rumore del tempo di Julian Barnes offre contemporaneamente un excursus nella vita del compositore russo Šostakovič e una considerazione generale sull’arte, sull’etica, sul rapporto tra opera, artista e contesto storico-politico. Per moltə è stato piacevole motivo di riflessione, altrə hanno avvertito la voce di Julian Barnes come troppo presente, sovrastante o in contrasto con quella del musicista; alcunə hanno apprezzato molto la struttura narrativa a paragrafi brevi, che ha facilitato i salti temporali e i flussi di pensiero, qualcunə l’ha trovata invece un ostacolo all’immedesimazione e al coinvolgimento emotivo, percependola come una scrittura forse troppo sterile e distaccata.

In ogni caso, nessunə è rimastə totalmente indifferente: siamo statə portatə a domandarci quanto di quel rumore sia ancora presente e influisca sulla nostra realtà, e quanto ne siamo consapevolə o meno. Nella media: un buon sette abbondante. Tendente al sette e mezzo, via.

Chiuso il capitolo russo, ci dedichiamo alla letteratura portoghese con la morte in sciopero di Saramago e il suo Le intermittenze della morte, di cui parleremo insieme lunedì 20 maggio.

Ultimo libro di questa stagione GOL – Gli ornitorinchi leggono (ebbene sì, siamo davvero giuntə all’ultimo libro, sigh) sarà invece un titolo di letteratura asiatica, giapponese nello specifico, e dalle premesse sembra sarà una lettura conciliante: Il fucile da caccia, di Inoue Yasushi (ed. Adelphi).
Questa la lista degli altri libri proposti, se mai voleste attingerne per allungare la lista desideri o la pila sul comodino:

Run, baby, run: la Stagione dell’Ariete
(21 marzo – 19 aprile)

Un nuovo anno astrologico è appena iniziato, e anche se con l’arrivo della primavera la nostra attività preferita sarebbe quella di starcene sdraiate in un campo di margherite a sonnecchiare baciate dal sole, ci tocca accollarci l’energia frenetica delle ripartenze tipica dell’Ariete. Poteva il primo segno dello zodiaco non essere un segno di fuoco? Manco pe gnente! Le giornate si fanno più lunghe e tiepide, la natura si risveglia dal letargico inverno, e il Sole in Ariete arriva bello bello a ricordarci di darci una mossa coi propositi che abbiamo rinchiuso in una scatola in soffitta assieme all’albero di Natale. Perché l’Ariete è un po’ così, pazienza zero e impulsività mille, e di starsene con le mani in mano non ci pensa nemmeno. Dategli pure del presuntuoso: sa di essere luce per tutti e non gli dispiace affatto fare da apripista; in fin dei conti, la competizione ce l’ha nel DNA. È solo quando non deve più fare a gara con nessuno e si ritrova da solo che si sente un po’ smarrito: come può mostrare la propria sensibilità senza il timore di apparire fragile?

Marguerite Duras lo fa giocando con una scrittura sperimentale, pregna di rimandi autobiografici, e dando nuovi connotati al tema del ruolo dell’amante in letteratura. Vissuta tra Vietnam, Cambogia e Francia, i paesaggi che l’hanno accompagnata in fasi diverse della sua vita fanno spesso da sfondo alla sua narrativa.
In L’amante, probabilmente sua opera più conosciuta, l’io narrante ha le sembianze di Duras adolescente, di quando, ancora in Indocina, viveva con la madre e i fratelli. L’incontro con un miliardario cinese, la scoperta di avere un corpo desiderabile, seppur ancora acerbo, apre le porte a una narrazione del sesso che è passione dolce e violenta, che è corpi e sangue, che è l’unico modo che i due hanno di comunicare, di dar libero sfogo alle loro personalità contradditorie, l’unica memoria che sopravviverà al di là delle loro differenze sociali ed etniche. Un giorno di tanti anni dopo, lui le telefonerà, in visita a Parigi, con la scusa di voler sentire la sua voce, quella voce spesso messa a tacere dal non detto di un incontro carnale: “Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte”. Chi dice che un amore che brucia presto non possa durare per sempre?

A John Fante, invece, si deve la creazione di uno dei protagonisti più arietini della letteratura contemporanea: Arturo Gabriel Bandini. È attraverso questo personaggio che Fante recupera parte delle sue origini italiane, basando la finzione romanzesca su un’esperienza reale, interiore e personale, di ricerca di identità, che viene ripercorsa e rielaborata. Arturo Bandini fa il suo ingresso ufficiale nel romanzo La strada per Los Angeles, in una specie di ritratto dello scrittore da giovane che narra della crescita della sensibilità artistica di un ragazzo in continuo contrasto col mondo circostante. Attaccabrighe, insolente e profondamente insicuro, Arturo esorcizza il suo essere inadeguato attraverso la megalomania e il delirio di onnipotenza. L’inveire contro tutto e tutti e il suo essere schiavo della libido, che tenta di arginare attraverso deprimenti rapporti immaginari con le pin-up delle riviste o con donne misteriose che insegue nella notte, lo rendono l’antieroe per eccellenza. Sospeso tra adolescenza e maturità, l’unico modo che ha Arturo per riscattarsi è quello di scrivere un romanzo: romanzo che risulterà ridicolo agli occhi dei lettori, ma che lo porterà comunque a pensare a un nuovo libro mentre aspetta un treno per Los Angeles alle tre di notte. L’insicurezza di Fante-Bandini verrà rielaborata poi nei romanzi successivi (Aspetta primavera, Bandini; Chiedi alla polvere; Una vita piena) attraverso la riabilitazione della figura ingombrante del padre: se in La strada per Los Angeles la morte del padre è sinonimo di un estremo tentativo di cancellazione delle proprie origini, nei romanzi successivi la lotta con le proprie radici viene risolta raccontando l’esperienza paterna.

Avvertite il fuoco di Duras e Fante? Bene, lasciatevi guidare allora, ma senza fretta.
Bentornato, Ariete!

È raro nel 2024 trovare così tante persone riunite intorno alla figura di Grazia Deledda. Eppure è successo, e se è successo è anche merito di Gerardo Masuccio e di Utopia Editore, che ne sta pian piano ripubblicando l’opera completa. Un merito che non sta nella mera operazione di riedizione, ma, come ha dimostrato anche ieri, nel riconoscere e diffondere con grande sensibilità quella che è grande letteratura, la letteratura che trascende il tempo e lo spazio, quella che ci rende tuttə ugualə. La prova sta nello stupore con cui abbiamo tuttə accolto questa autrice Premio Nobel con cui nessunə di noi si era realmente confrontatə prima, se non costrettə durante gli studi; uno stupore positivo per una scrittura che è stata capace di coinvolgerci, catturarci, emozionarci, a tratti anche annoiarci ma senza mai mollare davvero la presa.

Nessun commento negativo, quindi: per qualcunə Cenere è stato addirittura il libro più bello affrontato quest’anno con il gruppo di lettura, qualcunə altro forse non si espone a questi livelli, ma facciamo tuttə fronte comune nel fastidio che ci ha suscitato Ananìa (che a tratti diventa rabbia, per poi trasformarsi in sconsolata comprensione), nella catarsi di un finale inaspettato, nel ringraziare all’unanimità l’evoluzione di una società che ora ci permette di fare psicoterapia. Pur essendo stato scritto oltre un secolo fa, è sorprendente e commovente constatare con quanta precisione la Deledda abbia descritto la sindrome dell’abbandono, i sentimenti che ne conseguono, l’ineluttabilità dei sentimenti che ci legano alle persone che sono state care, a prescindere dal male che possono averci fatto. Il tutto sullo sfondo di una Sardegna dei primi del Novecento, rurale, sporca, fitta di personaggi così grotteschi da provocare compassione e simpatia, tra brughiere e paesaggi evocativi degni della nostra amata Emily Brontë (quel nostra è un plurale maiestatis per cui non accettiamo obiezioni).

Per qualcunə è stato amore, per altrə forse meno, ma nell’insieme abbiamo scoperto in Grazia Deledda un’insospettabile amica e in Utopia la riconferma della cura e della qualità di ogni loro edizione.

Le prossime tappe di GOL – Gli ornitorinchi leggono ci porteranno prima in Russia, con Il rumore del tempo di Julian Barnes (di cui parleremo lunedì 15 aprile) e a seguire in Portogallo, scontrandoci con la difficoltà di trovare autori e autrici tradotte in italiano. Prima di ragguagliarvi sul titolo vincitore, ci lanciamo quindi in un appello sentito: case editrici di tutta Italia, per favore, portateci un po’ di letteratura portoghese [nello specifico ripubblicate “Le nuove lettere portoghesi” delle Tre Marie, di grazia! – ndr].

Siamo comunque felici che abbia vinto un grande classico, uno degli autori più grandi che abbia mai toccato non solo il suolo portoghese ma della Terra tutta: Josè Saramago, di cui leggeremo Le intermittenze della morte. Nonostante siano pochi i titoli tradotti, la lista delle proposte contendenti è una lista di tutto rispetto da cui vi invitiamo a prendere spunto:

 

Ci siamo! Arriva la seconda tappa di Book Rave, il festival collaborativo diffuso che mira a fare rumore in ognidove. Otto case editrici in collaborazione, otto libri proposti per ciascuna tappa, centinaia di librerie che partecipano in tutta Italia tramite gruppi di lettura, presentazioni, eventi, incontri, discussioni, e un canale telegram con contenuti dedicati che unisce tuttə lə bookravers: https://t.me/b00krave

Il trimestre di lancio era stato dedicato al tema dei CORPI, e potete recuperarlo qui.

Dal 15 marzo al 15 giugno, invece, parleremo di RADICI. Radici che sono memoria, ricerca, famiglia, identità. Nelle radici c’è qualcosa da salvare, preservare, curare. E poi c’è qualcosa da distruggere, allontanare, cambiare. Nelle radici c’è la nostalgia di un futuro da costruire, e la tensione verso ciò che saremo.

C’è chi le radici le cerca, chi vuole reciderle, chi dalle proprie si sente protettə e chi al contrario si sente soffocatə e costrettə, chi vorrebbe piantarne di nuove, chi cerca di allungarle in orizzontale e chi in profondità. E voi come vi sentite?

Parliamone insieme e facciamo rumore, prendendo spunto da questi otto libri proposti:

Qui in libreria troverete un corner dedicato con tutti e otto i libri, gadget esclusivi e tutte le informazioni di cui avete bisogno.
Il punto di partenza è dato, il percorso lo creeremo insieme.

È solamente amore: la Stagione dei Pesci
(20 febbraio – 20 marzo)

Assistiamo al cambio di guardia astrologico con una scorta di fazzoletti a portata di mano: vi viene da piangere? Tranquill*, è solo il Sole che è appena entrato nel segno dei Pesci, accompagnato da una fantastica Luna in Cancro. Li vediamo entrambi sghignazzare mentre assistono allo spettacolo delle infinite paturnie mentali che provocheranno qui sulla Terra.

I Pesci, segno d’acqua, segno mutevole, fragilità e complessità di sentimenti, governato da Nettuno, pianeta associato ai sogni, all’illusione, alla profondità e all’empatia. È il segno posto in chiusura dell’anno astrologico, collocato alla fine dell’inverno: l’aria si fa più tiepida, i primi steli nascono dal terreno. Insomma, il segno dei Pesci ci fa vagare da una stagione all’altra, ci ricorda quanto sia importante trasformarsi, dissolvere i confini e sciogliere le dicotomie, essere disposti ad abitare i propri sogni o quelli degli altri e a cercare di traslarli nella realtà, vivendo con anima, corpo e cuore (tanto cuore!) la quotidianità.

 

La prima autrice a spingerci tutt* controcorrente è sicuramente Alba de Céspedes, rappresentante incredibile dei Pesci. Scrittrice italo-cubana, negli anni dominati dal giogo fascista seppe inaugurare attraverso le sue opere una nuova “visione femminile”: le donne da lei raccontate sono donne che scrivono, che leggono, che pensano, che parlano della loro quotidianità, che confessano i desideri più inconfessabili. Quaderno proibito è sicuramente uno dei suoi romanzi più conosciuti. Ambientato a Roma nel primo dopoguerra, narra i pensieri di Valeria, che affida il racconto del suo quotidiano a un quaderno/diario che tiene al riparo dalle possibili incursioni della sua famiglia. Nella redazione del diario, Valeria si riappropria di uno spazio personale e intimo a lungo messo da parte per stare dietro ai suoi doveri di donna, madre e lavoratrice. Le pagine che scrive rappresentano una sorta di specchio in cui si riflette, pongono in essere la necessità di guardare in faccia la sua infelicità e provare a riscattarla analizzando i rapporti con i suoi familiari e indagando le molteplici sfumature dei suoi sentimenti. Valeria sogna di essere finalmente protagonista della sua vita, ma de Céspedes ci ricorda che tra il sognare e il fare c’è di mezzo una vasta distesa d’acqua.

Anaïs Nin, altra esponente del segno dei Pesci, mise invece nero su bianco l’eros femminile, indagandone gli impulsi, la natura dei desideri, la repressione delle pulsioni, e venendo per questo ferocemente criticata dagli esponenti di una cultura che risultava estremamente restrittiva per le donne.
Il delta di Venere rappresenta una delle opere più importanti dell’erotismo femminile moderno, una raccolta di 15 racconti che Nin scrisse al posto del suo compagno dell’epoca, Henry Miller, destinata a un misterioso collezionista di libri. Matilde, Elena, Marianne, Linda sono solo alcune tra le protagoniste dei racconti erotici, donne pienamente consapevoli di poter esprimere come vogliono la loro sessualità e di coglierne le millemila sfaccettature. Il corpo è loro e ci fanno quello che gli pare.

Anche Nin, come la Valeria protagonista di Quaderno proibito di de Céspedes, mantenne per tutta la vita l’abitudine di tenere un diario. L’esigenza continua di confrontarsi con la propria interiorità, come se l’unico modo di conoscersi davvero fosse quello di rileggersi e scavare nei propri sogni, diede vita a un diario perenne che venne successivamente pubblicato in 6 volumi dopo la morte dell’autrice.

Nel secondo volume, Nin afferma: “Tutti gli aspetti del sé devono essere vissuti, come le dodici case dello zodiaco. Una personalità è quella che ha srotolato il nastro, dispiegato i petali, esposto tutti gli strati. Non importa da dove si comincia: con l’istinto o la saggezza, con la natura o con lo spirito. Il compimento significa l’esperienza di tutte le parti del sé, di tutti gli elementi, di tutti i piani. Significa che ogni cellula del corpo prende vita, si risveglia”.

Che la stagione dei Pesci vi accompagni verso una super Primavera!

Lunedì 19 febbraio, sesto incontro del nostro gruppo di lettura per questa stagione GOL 23/24.

Dovevamo leggere un diario o una raccolta di corrispondenze, e il libro che aveva destato il maggior interesse vincendo la votazione era stato Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Com’era inevitabile che fosse, è stata una lettura che pochə di noi hanno affrontato per intero: perché troppo straziante, per evitare di incappare nel senso di assuefazione o risultare anestetizzatə dalla ripetitività di certe parole, di certi concetti, tutti uguali eppure ciascuno degno di essere letto tutte le volte necessarie con lo stesso identico spirito e con lo stesso rispetto.

Pur essendo tuttə mossə dagli stessi sentimenti, è stato interessante notare come ci abbiano colpito aspetti diversi e come ne siano nate riflessioni -e quindi spunti di confronto- differenti. Ci siamo chiestə quanto quel sentimento di patriottismo che ha contraddistinto i partigiani sarebbe presente anche in noi ora, in una situazione simile; ci siamo chiestə cosa scriveremmo noi, se anche le nostre lettere sarebbero così simili l’una all’altra perché il conflitto ci unisce nelle parole e negli ideali, o se forse siamo tuttə più individualistə; ci siamo domandatə quanto questa memoria stia andando perduta e quanto sia possibile invece preservarla. Perché molti dei nostri nonni la guerra l’hanno vissuta e ce l’hanno raccontata, ma per le nuove generazioni questo non vale più.
Come si porta avanti, allora, questa memoria?

In una delle lettere, Umberto Ricci di anni 22 – impiccato il 25 agosto del 1944, chiede ai familiari di scrivere sulla sua lapide “Qui soltanto il mio corpo, non l’anima ma l’idea vive”.
Non sappiamo come si porti avanti una memoria che già in noi è solo racconto di generazioni passate, ma quell’idea di libertà – che deve riguardare tuttə – è quella che mai dovremmo dimenticare né dare per scontata.

Con questo nuovo, preziosissimo oggetto nelle nostre librerie, ci accingiamo a leggere Cenere di Grazia Deledda come titolo di letteratura italiana, al quale seguirà un romanzo storico che ha vinto sugli altri con un singolo voto di differenza, rivelatosi però decisivo: Il rumore del tempo di Julian Barnes (ed. Einaudi). Gli facciamo le nostre congratulazioni, pur salutando con grande deferenza tutti gli altri candidati che si sono battuti con valore:

Ci vediamo per parlare di Grazia Deledda lunedì 18 marzo alle 18.00 (sì avete letto bene) perché il nostro consueto appuntamento sarà preceduto da un ospite d’eccezione: sarà con noi Gerardo Masuccio, editor di Utopia, per parlare di tutta la loro opera di riedizione di Grazia Deledda. È qualcuno che merita di essere ascoltato, ve lo garantiamo.