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Born to die: la Stagione del Cancro
(22 giugno – 22 luglio)

Venere, Mercurio e Sole in Cancro: la sentite anche voi quest’esigenza impellente di partire per un’isola sperduta in mezzo al nulla e di rinascere dalla schiuma di mare come la Dea dell’amore con in sottofondo tutto l’album Born to Die di Lana del Rey? La stagione del Cancro andrebbe presa così, come un momento di profondo e viscerale amore verso noi stessi. Basta con l’archetipo della madre legato a questo segno: la forma più alta di cura è quella che riserviamo prima alla nostra persona, è decidere di cercare quella sensazione di riparo, di protezione, di amore incondizionato tra le pieghe più recondite del nostro essere. Spoiler: non succede quasi mai, e ve lo dice una che in Cancro ha un magnifico ascendente e una roboante Luna e che fa una fatica boia a non prendersi cura anche dell’essere più insignificante che abbia modo di sbuffare su questo pianeta. E che poi, ogni volta che le cose non vanno per il verso giusto, ha bisogno di tornare alle origini e di rifugiarsi nei luoghi dell’infanzia, alla ricerca di un nuovo significato della parola “famiglia”.

Nata il 22 giugno 1947, Octavia E. Butler ha dedicato la sua vita a trasformare la scrittura fantascientifica in una cassa di risonanza per l’espressione degli afroamericani. La mente indagatrice che anima i suoi romanzi e racconti è ossessionata dalla fattibilità dell’impresa umana: saremo in grado di sopravvivere alle nostre peggiori abitudini? Possiamo cambiare? Vogliamo farlo? L’archetipo ricorrente delle sue pagine è quello del sopravvissuto, una figura di resistenza, intraprendenza e pronta a scendere a compromessi, che raramente trova rifugio e protezione, ma procede a tentoni tra intuizione e visioni sul futuro.

Legami di sangue (Kindred, 1976) è un romanzo totale, racconto fantastico e fantascientifico, storico e dell’orrore, persino romanzo di formazione profondamente politico, che non cede mai al didascalico. Una narrazione travolgente che ci getta, senza ben sapere come, in una piantagione schiavista nel Maryland, alla fine del diciottesimo secolo, per seguire da vicino la vicenda di Dana Franklin, donna nera, libera, intellettuale del ventesimo secolo, catapultata indietro nel tempo per cercare di salvare la vita a Rufus Weylin, figlio del proprietario schiavista della piantagione, che si scoprirà essere un antenato della protagonista. Con la vicenda di Dana scopriamo che l’origine della sua famiglia – nella quale bianchi e neri si sono incontrati sotto le regole del dominio dei primi sui secondi – non è che, per estensione, la vicenda della fondazione dell’intera comunità nordamericana. Attraversando i secoli, Dana affronta la questione dell’autodeterminazione e delle libertà femminili, scoprendo come, suo malgrado, le questioni di genere siano strettamente collegate a quelle di razza e di classe, subendo l’inesorabile trasformazione del suo corpo in quello di una schiava e dovendo fare i conti con un passato di sangue e violenza per potersi riposizionare nel suo tempo.

Natalia Ginzburg, nata il 14 luglio 1916, è stata una delle voci più importanti della letteratura italiana del XX secolo. Con Lessico famigliare ha spalancato le porte sulla quotidianità della famiglia Levi, la sua famiglia, descritta attraverso le espressioni, i modi di dire, le filastrocche, gli aneddoti che rendono qualsiasi nucleo famigliare un microcosmo unico. Acquisendo il lessico famigliare dei Levi, il lettore può prendere confidenza con l’ottimismo e la leggerezza della madre, con le zuffe tra i fratelli che si risolvono tra pugni e battute, con i rimbrotti del padre che dà dell’asino o del “sempio” a chiunque, e il cui unico motivo di orgoglio sembra essere l’antifascismo dei figli. Ed è proprio l’antifascismo della famiglia Levi che consente alle maglie della Storia di entrare nella dimensione privata descritta: l’avvento del fascismo, lo scoppio del secondo conflitto mondiale fanno da sfondo alla memoria intima, e ci presentano i personaggi illustri che condividono la tavola con i Levi. Si scopre così che Adriano Olivetti era un ragazzo pallido e timido, che i quadri di Felice Casorati erano considerati dal padre di Natalia dei “gran sbrodeghezzi”, e che Filippo Turati aveva mani piccole e bianche ed era sempre ilare e sereno. L’autrice dà poco spazio ai sentimenti e alla sua storia personale: persino la morte del marito Leone, torturato e ucciso in carcere dai tedeschi, è descritta in poche righe. L’unica eccezione è data dalle pagine dedicate a Cesare Pavese, che sono tra le più sentite del libro: Ginzburg ne descrive il carattere brusco e i demoni interiori, e quella ironia di fondo che lo animava nei rapporti con gli altri, ironia di cui rimane solo il ricordo di lei, di cui non c’è traccia in nessuna delle opere di Pavese. Natalia Ginzburg compie quindi un’operazione incredibile di recupero tra le trame della memoria, sottolineando come il linguaggio orale sia l’unico mezzo per caratterizzare e descrivere le sfumature emotive delle persone che ha amato.

Quindi anche voi armatevi di pinne, taccuino e occhiali: chissà che la stagione del Cancro non vi riserverà qualche buon spunto per riavvicinarvi alle vostre radici.
Happy Cancer Season!

Definitemi come vi pare: la Stagione dei Gemelli
(21 maggio – 21 giugno)

Ci siamo: il Sole è entrato nel segno dei Gemelli il 20 maggio, quest’anno un po’ in anticipo, e siamo prontissim* e carichissim* per affrontare la nuova stagione nel modo più caotico possibile. Ho sempre trovato difficile descrivere il Gemelli, troppe cose sono state dette sul suo conto, e quella visione stereotipata che lo ritrae come un eterno Peter Pan è talmente radicata che per riabilitarlo mi ci vorrebbe una tesi di laurea magistrale. E non ho nessuna intenzione di farlo. Mettiamo in chiaro un concetto: leggerezza non significa necessariamente superficialità. L’insegnamento del Gemelli è la capacità di evitare le trappole dell’attaccamento, il saper comprendere il momento giusto per voltare le spalle a situazioni, cose, persone, case, libri, auto ecc.. che non portano più né arricchimento, né crescita, è l’abilità di non restare schiacciati dai macigni della vita. E lo fa cambiando, mutando, imparando cose nuove, adattandosi a nuovi ambienti in maniera camaleontica, contraddicendosi pure. Non è leggerezza, è spirito di sopravvivenza.

Di Marguerite Yourcenar, una delle più grandi scrittrici della letteratura mondiale, è doveroso esaltare, oltre alla magia dei suoi scritti, la molteplicità del suo essere in tutti gli aspetti della sua vita di donna e di artista; già il gioco sottile dell’anagramma con cui ha scelto di ridefinire il suo cognome, di rimescolare le proprie radici per presentarsi al mondo in maniera totalmente nuova, è un atto che la dice lunga sulla sua natura di spirito libero.
«Nulla di ciò che è umano mi disgusta», fa affermare Yourcenar al suo prozio Egon, la cui storia racconta in Quoi? L’eternité, e nelle sue pagine la scrittrice si mescola ai personaggi che crea, indagando profondamente le luci e le ombre dell’animo umano senza mai giudicare, ma anzi, approfondendo sullo stesso piano le cadute, le emozioni, le ascese e le sconfitte, le bassezze e le passioni, alla luce dei suoi irrinunciabili ideali di conoscenza e libertà. Rimasta orfana di madre subito dopo la sua nascita, Yourcenar bambina riceve un’eccellente educazione dal padre e da tutori privati: a otto anni si appassiona alle opere di Racine e Aristofane, a dieci impara il latino e a dodici il greco.

Nel 1920, a soli diciassette anni, pubblica “Le jardin des Chimères”, la sua prima opera in versi per cercare di rimediare a una situazione economica familiare dilapidata dal padre nel gioco d’azzardo. Nel 1924, durante un viaggio in Italia, Yourcenar visita per la prima volta Villa Adriana e inizia la stesura “Carnet des Notes per le Mémoires”. Nei suoi taccuini di appunti, Yourcenar scrive che il romanzo storico rappresenta per lei la ricostruzione di mondi interiori e modi di pensare passati, un delicato gioco di equilibri tra fonti e invenzione letteraria. Da questo connubio, nel 1951 viene pubblicato Memorie di Adriano, l’opera più nota e di maggior successo della scrittrice. Il romanzo è concepito come una lunga lettera di Adriano a Marco Aurelio: Yourcenar lo scelse come destinatario perché affascinata dalla comunanza d’anime tra i due imperatori. Adriano, sentendo prossima la morte, ripercorre le tappe della sua vita di uomo e di politico allo scopo di istruire il giovane che prenderà il suo posto. Al lettore viene presentato un personaggio storico messo a nudo, spogliato di ogni corazza o scudo, in balia di se stesso e dei suoi tratti meno eroici. La narrazione fiume di Yourcenar diventa ben presto una commistione di ricordi, esperienze, vicissitudine, sentimenti e nostalgie. La voce dell’imperatore morente si fonde con quella della scrittrice: del resto, la scrittura del romanzo l’aveva impegnata per più di 30 anni, la ricostruzione del passato diventa ricostruzione del suo mondo interiore, il piano della vita si fonde con quello della letteratura.

Yourcenar vive in pieno secondo secolo: il suo scopo, in fin dei conti, era quello di rifare dall’interno ciò che gli archeologi cercano di riportare alla luce, trasferirsi con il pensiero nell’identità dell’altro.

«La morte non le pare un’ingiustizia?». «No», aveva risposto Michela Murgia alla domanda del giornalista del Corriere della Sera a cui aveva rivelato per la prima volta di soffrire di una malattia terminale. «Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi». Michela Murgia nasceva il 3 giugno 1972. Il racconto di quelle dieci vite vissute è uscito in libreria il 30 aprile scorso: Ricordatemi come vi pare: in memoria di me è il libro che la scrittrice ha dettato al suo editor Beppe Cottafavi, accogliendolo nella sua casa romana nelle sere di luglio.

È così che in alcune pagine leggiamo dei primi tentativi di scrittura avvenuti sulla piattaforma di un gioco fantasy, Lot, in cui Michela Murgia è un’elfa, Ninque, che servono anche a spiegare il suo modo di concepire la scrittura: sia nel gioco, sia nel blog tenuto durante i suoi anni di lavoro in un call center in Sardegna, la scrittura è comunità, collettività, un processo e un esercizio fatto di condivisioni, opinioni diverse, che prende in esame il pensiero dell’altro e tesse in questo modo la trama del suo primo libro, Il mondo deve sapere. C’è un piccolo capitolo molto interessante all’interno del libro in cui Murgia tenta di rispondere alla domanda: «Quindi, che mestiere hai fatto?». «Per la maggior parte del tempo, a dire il vero, non ho fatto la scrittrice, ho fatto altre cose. Ho lavorato, ho rotto le scatole, ho lottato».

In Ricordatemi come vi pare ci sono tutti i tasselli per mettere insieme come un puzzle Michela Murgia: ci sono le sue mille lei, le sue prese di posizione, c’è la scrittura collettiva e conflittuale allo stesso tempo, il concetto di famiglia e di figlio dell’anima che ritroviamo in Accabadora e in Chirù, il suo rapporto con la malattia e la morte. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».

Trovare una fonte di arricchimento anche nel cancro e trattarlo come una parte si sé: Michela Murgia non poteva che essere una Gemelli.

All you need is beauty: la Stagione del Toro
(20 aprile – 20 maggio)

A me la stagione del Toro mette fame.
No, non di cibo, non parlo di quella fame là, è più appetito di incontri, di socialità, di intimità condivisa, di passeggiate lungo fiume, di bicchieri di vino e di risate, voglia di riempirmi gli occhi di bellezza.

E per celebrarla come si deve, ho scelto due mostri sacri della letteratura, che hanno scritto di bellezza in modalità diverse, proprio come si addice alla loro natura taurina: Vladimir Nabokov e Goliarda Sapienza.

Tra le opere più conosciute di Nabokov troviamo senza ombra di dubbio Lolita, romanzo pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955 che fece subito parlare di sé per il contenuto scabroso delle sue pagine: la storia d’amore tra un non più giovane professore di origine europea e una ragazzina americana, scandita dalle tappe di una fuga che attraversa i motel di buona parte degli Stati Uniti. Ciò che scandalizzò la pubblica opinione non fu soltanto il racconto delle varie vicissitudini e delle azioni al limite della legalità compiute da Humbert, ma anche la totale disinvoltura con la quale Lolita, a un certo punto, seduce il professore. Come però appare agli occhi di un lettore che non è alla smaniosa ricerca dello scandalo, il problema principale non sta nella grande differenza di età tra i due, ma nell’amore stesso. Il sentimento che Humbert prova per Lolita è totalizzante, ossessivo, devastante: il suo è un tentativo disperato di replicare e di far rivivere un amore interrotto sul nascere quando era ragazzino. E di fatto, all’interno del rapporto è come se i due fossero coetanei, come se il tempo si fosse fermato nella ricerca di un qualcosa che si pensava perduto per sempre. Si potrebbe dire che questo tentativo da parte di Humbert di arrestare il tempo sia guidato dalla volontà di far durare per sempre i bei momenti della sua giovinezza. Il primo amore infantile, adolescenziale, viene traslato nel rapporto con Lolita: è il momento magico, capace di fermare il tempo.

Tutta la vicenda disperata di Humbert Humbert sta nel riuscire a ricreare questa impressione sublime di tempo che si ferma. Ma il suo ideale di bellezza verrà completamente cancellato dal ritrovare, alla fine del libro, una Lolita invecchiata, diversa, e dal realizzare che sebbene non più giovane, non più “ninfetta”, la ama anche così.

Rimasto in un cassetto per più di vent’anni, rifiutato e rimbalzato da una casa editrice all’altra a causa delle tematiche avanguardistiche di cui tratta, L’arte della gioia è il romanzo capolavoro di Goliarda Sapienza, a cui la scrittrice lavorò dal 1967 al 1976, pubblicato postumo dopo la sua morte. Protagonista del romanzo è Modesta, una bambina siciliana nata in una famiglia poverissima. Modesta subisce abusi dal suo presunto padre, e dopo aver perso madre e sorella in una tragedia, viene dapprima affidata a un convento e poi trasferita in una famiglia facoltosa, di cui amministrerà in seguito il patrimonio, diventandone parte integrante. Dotata di fine intelligenza e di grande apertura mentale, considerando il periodo storico in cui è ambientata la sua storia – Modesta nasce il primo gennaio del 1900 e vivrà in prima persona tutti i grandi cambiamenti del ventesimo secolo -, è guidata dall’idea che le donne debbano riconquistare un proprio riconoscimento, una posizione che è sempre spettata loro di diritto.

Attraverso il personaggio di Modesta, Sapienza racconta i pregiudizi e le contraddizioni di un secolo, insegna agli uomini il modo in cui una donna può provare piacere, dà ai disabili la dignità che non è loro riconosciuta, dice alle persone che hanno il diritto di amare chi gli pare. E lo fa utilizzando un linguaggio fino ad allora ritenuto scabroso, sfacciato, che non si pone freni e che si mette al servizio della verità delle parole. Come raccontare il corpo della donna, il piacere, la gioia del sesso e della masturbazione senza ricorre al grande repertorio del vocabolario della lingua italiana? È dal lessico adoperato che inizia la rivolta, dalla descrizione dei genitali, delle scene di sesso con Carmine, Carlo, Mattia, Beatrice e Nina, dallo scrivere nero su bianco parole considerate ancora indecenti. Sapienza non risparmia nemmeno critiche e prese di posizione contro il fascismo: si serve della fiction per schierarsi apertamente contro il regime e farsi testimone di un ventennio che avrebbe cambiato per sempre la società italiana.

L’arte della gioia è un romanzo necessario: è evoluzione, progresso, non mero esercizio di storie e intrecci ben costruiti. È testimonianza di un momento ben preciso, e dentro di sé porta il germe di una rivoluzione che tutt’oggi è in corso. La rivoluzione delle libertà. Una rivoluzione che vuole imporre il diritto alla felicità, a quell’arte della gioia che implica la libertà di essere.
Ditemi voi se questa non è bellezza.

Tutt* su per aria: la Stagione dell’Aquario
(21 gennaio – 19 febbraio)

Il 20 gennaio, alle 15:00 circa, il Sole è entrato in Aquario. Qualche ora dopo, precisamente il 21 gennaio alle 02:00 di mattina, anche Plutone ha fatto il suo ingresso in Aquario, e ci resterà per i prossimi 20 anni. Significa un sacco di roba che non spetta a noi raccontare – pensate solo che l’ultima volta Plutone in Aquario spiccava nel cielo della Rivoluzione Francese – ma ci è sembrato il momento migliore per inaugurare Astroautor*, la nuova rubrica in cui andremo a scoprire i segni zodiacali attraverso alcuni scrittori e scrittrici nati sotto la loro aura.

Sono in moltə a collocare l’Aquario tra i segni di Acqua, forse per colpa dell’iconografia tradizionale che lo vuole raffigurato come un giovane dispensatore d’acqua, una specie di custode dell’elemento. Ma il ragazzo non si limita a preservare la fonte della vita, fa un passo in più: la eleva, la porta nell’elemento Aria, attribuendole una qualche forma di misticità. È in effetti questa spinta verso ciò che va oltre l’evidenza e il facilmente comprensibile che caratterizza l’Aquario, accompagnata da una considerazione tutta sua del tempo: il futuro inizia nel momento in cui puoi farlo tuo; ieri, oggi e domani sono solo costrutti della società in cui viviamo. Non solo: il futuro è comunitario, di obbligata condivisione con il prossimo.

Non è un caso, dunque, che Olga Tokarczuk sia del segno dell’Aquario. Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2018, nelle opere di Tokarczuk le radici non sono mai stabilmente piantate in terra, fluttuano invece in continuo movimento, e il passato diventa il punto d’inizio per una nuova narrazione, per riconoscersi e divenire. I protagonisti dei suoi libri sono molteplici, ognuno con la propria storia e con il proprio destino, bizzarre carte dei tarocchi pescate dal mazzo all’inizio di ogni giornata.

Nel romanzo che l’ha resa famosa agli occhi della critica internazionale, Nella quiete del tempo, troviamo le storie degli abitanti di Prawiek, un villaggio situato al centro dell’universo e protetto da quattro arcangeli. Le loro vicissitudini sono scandite dalle preghiere, dalle visite al mulino, dalle nascite e dalle morti. Alcuni personaggi hanno dei tratti mistici e surreali, come l’Uomo Cattivo, rimasto solo così a lungo da aver dimenticato la sua natura umana, altri riportano tratti storici, come Genowefa, la mugnaia che assiste alla persecuzione degli ebrei senza poter fare nulla. Una favola in cui i personaggi si affannano, amano, perdono tutto e cercano costantemente Dio.

Cambiano i personaggi, ma non la sostanza: in Casa di giorno, casa di notte, Tokarczuk ci porta a Nowa Ruda, un territorio che negli anni è appartenuto alla Germania, alla Polonia e all’ex Cecoslovacchia. Gli abitanti sono polacchi che alla fine della guerra hanno occupato le case abbandonate dai tedeschi. Con l’aiuto di Marta, sua misteriosa vicina, la narratrice cerca di ricostruire la storia di persone e cose, intuendo che l’unico modo per risalire alle radici di una comunità è quello di conoscere chi ne fa parte.

E le peculiarità di chi vive in un determinato posto vengono analizzate anche in Guida il tuo carro sulle ossa dei morti: Janina Duszejko, la protagonista del romanzo, è appassionata di animali e di astrologia. Trascorre il suo tempo a fare la carta natale a chiunque incontri e cerca di opporsi alle battute di caccia organizzate nel paese. Quando cominciano a verificarsi morti misteriose, Janina sostiene che gli autori siano gli animali selvatici, stufi di sottostare alle regole e alle angherie degli uomini. Un invito a riconoscere la responsabilità umana sulla natura.

Molto spesso però la conoscenza della natura umana si lega alla complessità del vivere in prima persona la rosa delle emozioni: l’incomunicabilità, l’ansia, la distinzione tra sogno e realtà, i pregiudizi e gli stereotipi che limitano l’identità delle donne sono tematiche che si ritrovano nelle opere di Virginia Woolf. Altra Aquario, vissuta tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Woolf non c’è lo stesso tentativo di mistificare la realtà di Tokarczuk, bensì una forte volontà di catturare e descrivere la complessità delle esperienze umane, e di trasformare le parole in immagini vivide.

Nel suo capolavoro La signora Dalloway, Woolf descrive una semplice giornata nell’arco della vita di Clarissa, e in un solo giorno riesce a racchiudere l’intera esistenza della stessa. Tramite la tecnica del flusso di coscienza, che Woolf utilizza per controllare i pensieri del personaggio seguendo comunque un filo logico, la scrittrice ci porta tra le vette e gli abissi della protagonista, servendosi dei moments of being, istantanee di esistenza che racchiudono momenti passati, presenti e futuri. Anche qui, la concezione del tempo è assolutamente relativa.

In Al Faro, ispirato dal ricordo delle vacanze trascorse con la famiglia in Cornovaglia, Woolf ci pone di fronte a un quesito: come possiamo sopravvivere all’amarezza della vita? Mrs. Ramsay riesce a farlo solo contrapponendo il suo tempo intimo e interiore alla concezione dello scorrere del tempo fisico. Il faro rappresenta la promessa di una gita mancata, il punto fermo, l’elemento che non muta attorno al quale ruotano le vite dei protagonisti, che torneranno al faro 10 anni dopo, ormai cambiati, appesantiti dalla vita e quasi irriconoscibili rispetto alla loro versione passata.

Eppure, quell’esigenza di trovare un tempo interiore dei personaggi descritti da Woolf si è sempre scontrata con i suoi personali fantasmi, con la paura della solitudine, la depressione, l’incapacità di sostenere la disperazione che la tormentava. Woolf decise di mettere fine alla sua vita lasciandosi annegare nel fiume Ouse in un giorno di inizio primavera, non prima di averci lasciato la sua personalissima considerazione sul significato della vita, in una delle sue pagine più metafisiche:

La vita non è una serie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci racchiude dall’alba della coscienza fino alla fine.

Buona stagione dell’Aquario!