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Autrice: Maddalena Fingerle
Editore: Mondadori
Pagine: 156
Prezzo: 18,00€

Gaia non ha più voglia di essere se stessa: si rasa i capelli a zero e indossa parrucche, svende i suoi orecchini più preziosi su eBay, si libera dell’armadio e compra un letto nuovo – che poi non sa montare. Vuole ricostruire se stessa e l’ambiente in cui vive a immagine e somiglianza di Veronica: la sua amata, meravigliosa Veronica, da cui è appena stata lasciata. Veronica non è solo la persona di cui Gaia si è innamorata, ma anche la donna che lei vorrebbe diventare – come accade nei primi, furiosi innamoramenti.
La famiglia di origine di Gaia appartiene alla solida borghesia di italiani che vivono a Monaco e incarnano tutto ciò che lei rifiuta: la cultura umanistica come sprezzatura e ostentazione, il culto dell’apparenza, la tendenza a delegare i compiti operativi ai subalterni. Veronica al contrario è una donna vitale, concreta, estroversa e solare come la terra da cui viene, il Salento. L’indole di Gaia è lunare, riflessiva, accesa da un’immaginazione sfrenata: il prestante energumeno che le si presenta alla porta per ritirare degli oggetti che vuole vendere non ha la faccia da Joe, è decisamente Iwan. Rinominare le persone, interpretare le situazioni in cui si trova è indispensabile per poterle integrare nel suo mondo.

In un soliloquio ora arrabbiato e rivendicativo, ora spaurito e ostaggio di una miriade di sublimi ossessioni, ma sempre ironico e pungente, Gaia arriverà a conoscersi meglio e sarà pronta a correre davvero dei rischi per diventare l’individuo che vuole essere.

Autrice: Maddalena Fingerle
Editore: Italo Svevo
Pagine: 200
Prezzo: 17,00€

Paolo Prescher è nato a Bolzano. A Bolzano a diciott’anni devi fare la dichiarazione di appartenenza linguistica, mettendo una crocetta su italiano, tedesco, ladino o vattelappesca cos’altro.
A me la parola vattelappesca piace molto, ma non avrei mai il coraggio di pronunciarla in un discorso.
Vorrei sapere cosa ne pensa Paolo Prescher. Di vattelappesca non parla, ma so che fórmica è una parola che gli fa indolenzire le braccia, l’espressione vestirsi a cipolla gli fa lacrimare gli occhi, bambù è una parola che lo fa sorridere e lo mette di buon umore.
Il problema è che a Paolo Prescher, che non vuole decidere a che gruppo linguistico appartenere perché pensa che sia una stronzata, e sarebbe contento di sapere che ho scritto proprio “stronzata”, gli sporcano le parole. Gliele sporcano sua madre, sua sorella, gli insegnanti. Il padre no, il padre non parla.

Prima di leggere Lingua Madre di Maddalena Fingerle non avevo mai pensato a tutte le parole che sono state sporcate anche a me.
“Le parole hanno un potere metamorfico sulle cose.”
Possono cambiare ogni cosa. Possono creare bellezza o distruggere, ma soprattutto ci aiutano a definirci, a definire il mondo intorno a noi, oppure a scegliere consapevolmente di non farlo, di non trovare definizioni se ci mancano le parole giuste. Le parole che scegliamo fanno la differenza, e questa differenza è tutto. Vorrei che questo “tutto” fosse pulito, invece mi rendo conto che è sporco anche lui, inflazionato, usato in decine di espressioni simili quando in verità non indicano davvero lo stesso “tutto”.

Quello che cerca Paolo, e che ho capito di cercare anch’io, sono parole pulite. “Le parole pulite sono così: dici una cosa e intendi quella cosa, sono vere e limpide, non ci sono associazioni mentali che le rovinano, che le macchiano o che le sporcano.”
E se le parole non sono pulite, cerchiamo qualcuno che ce le ripulisca. Come anni fa, quando qualcuno inaspettatamente mi ripulì il nome e io mi ci riconobbi per la prima volta, proprio come succederà a Paolo.
Perché una parola pulita (o ripulita) la riconosci subito: cambia i colori, dipana gomitoli, dirada la nebbia, lava via ogni male.