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All you need is beauty: la Stagione del Toro
(20 aprile – 20 maggio)

A me la stagione del Toro mette fame.
No, non di cibo, non parlo di quella fame là, è più appetito di incontri, di socialità, di intimità condivisa, di passeggiate lungo fiume, di bicchieri di vino e di risate, voglia di riempirmi gli occhi di bellezza.

E per celebrarla come si deve, ho scelto due mostri sacri della letteratura, che hanno scritto di bellezza in modalità diverse, proprio come si addice alla loro natura taurina: Vladimir Nabokov e Goliarda Sapienza.

Tra le opere più conosciute di Nabokov troviamo senza ombra di dubbio Lolita, romanzo pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955 che fece subito parlare di sé per il contenuto scabroso delle sue pagine: la storia d’amore tra un non più giovane professore di origine europea e una ragazzina americana, scandita dalle tappe di una fuga che attraversa i motel di buona parte degli Stati Uniti. Ciò che scandalizzò la pubblica opinione non fu soltanto il racconto delle varie vicissitudini e delle azioni al limite della legalità compiute da Humbert, ma anche la totale disinvoltura con la quale Lolita, a un certo punto, seduce il professore. Come però appare agli occhi di un lettore che non è alla smaniosa ricerca dello scandalo, il problema principale non sta nella grande differenza di età tra i due, ma nell’amore stesso. Il sentimento che Humbert prova per Lolita è totalizzante, ossessivo, devastante: il suo è un tentativo disperato di replicare e di far rivivere un amore interrotto sul nascere quando era ragazzino. E di fatto, all’interno del rapporto è come se i due fossero coetanei, come se il tempo si fosse fermato nella ricerca di un qualcosa che si pensava perduto per sempre. Si potrebbe dire che questo tentativo da parte di Humbert di arrestare il tempo sia guidato dalla volontà di far durare per sempre i bei momenti della sua giovinezza. Il primo amore infantile, adolescenziale, viene traslato nel rapporto con Lolita: è il momento magico, capace di fermare il tempo.

Tutta la vicenda disperata di Humbert Humbert sta nel riuscire a ricreare questa impressione sublime di tempo che si ferma. Ma il suo ideale di bellezza verrà completamente cancellato dal ritrovare, alla fine del libro, una Lolita invecchiata, diversa, e dal realizzare che sebbene non più giovane, non più “ninfetta”, la ama anche così.

Rimasto in un cassetto per più di vent’anni, rifiutato e rimbalzato da una casa editrice all’altra a causa delle tematiche avanguardistiche di cui tratta, L’arte della gioia è il romanzo capolavoro di Goliarda Sapienza, a cui la scrittrice lavorò dal 1967 al 1976, pubblicato postumo dopo la sua morte. Protagonista del romanzo è Modesta, una bambina siciliana nata in una famiglia poverissima. Modesta subisce abusi dal suo presunto padre, e dopo aver perso madre e sorella in una tragedia, viene dapprima affidata a un convento e poi trasferita in una famiglia facoltosa, di cui amministrerà in seguito il patrimonio, diventandone parte integrante. Dotata di fine intelligenza e di grande apertura mentale, considerando il periodo storico in cui è ambientata la sua storia – Modesta nasce il primo gennaio del 1900 e vivrà in prima persona tutti i grandi cambiamenti del ventesimo secolo -, è guidata dall’idea che le donne debbano riconquistare un proprio riconoscimento, una posizione che è sempre spettata loro di diritto.

Attraverso il personaggio di Modesta, Sapienza racconta i pregiudizi e le contraddizioni di un secolo, insegna agli uomini il modo in cui una donna può provare piacere, dà ai disabili la dignità che non è loro riconosciuta, dice alle persone che hanno il diritto di amare chi gli pare. E lo fa utilizzando un linguaggio fino ad allora ritenuto scabroso, sfacciato, che non si pone freni e che si mette al servizio della verità delle parole. Come raccontare il corpo della donna, il piacere, la gioia del sesso e della masturbazione senza ricorre al grande repertorio del vocabolario della lingua italiana? È dal lessico adoperato che inizia la rivolta, dalla descrizione dei genitali, delle scene di sesso con Carmine, Carlo, Mattia, Beatrice e Nina, dallo scrivere nero su bianco parole considerate ancora indecenti. Sapienza non risparmia nemmeno critiche e prese di posizione contro il fascismo: si serve della fiction per schierarsi apertamente contro il regime e farsi testimone di un ventennio che avrebbe cambiato per sempre la società italiana.

L’arte della gioia è un romanzo necessario: è evoluzione, progresso, non mero esercizio di storie e intrecci ben costruiti. È testimonianza di un momento ben preciso, e dentro di sé porta il germe di una rivoluzione che tutt’oggi è in corso. La rivoluzione delle libertà. Una rivoluzione che vuole imporre il diritto alla felicità, a quell’arte della gioia che implica la libertà di essere.
Ditemi voi se questa non è bellezza.