La consolazione delle stelle
Scrive Marisa Cecchetti parlando della recente raccolta di poesie La consolazione delle stelle di Karin Boye uscita per Iperborea:
Uno spirito tormentato quello di Karin Boye, nata a Goteborg nel 1900, che si è data la morte nel 1941, lo stesso anno in cui si tolsero la vita Virginia Woolf e Marina Ivanovna Cvetaeva. Sempre alla ricerca della verità a livello individuale, politico, sociale, in un periodo storico difficile, nel 1928 fu colpita negativamente dalla visita all’URSS di Stalin, nel 1932 alla Germania che si preparava al nazismo. Una ricerca, la sua, non solo a livello ideologico, ma anche spirituale, per cui si spinse a esplorare varie vie, dal Buddhismo al Cristianesimo, alla psicanalisi, forte della sua spinta etica e di un profondo senso di libertà.
Le sue poesie, nelle quali siamo certe riconoscerete la sua poetica – e forse qua e là anche le anime che abitano Kallocaina, ci hanno emozionate tanto quanto la sua prosa, e qui ve ne lasciamo tre per stuzzicare il vostro desiderio di leggerle tutte:
L’uomo senza pietà
È l’uomo senza pietà –
occhi d’ambra lucente,
occhi di freddo, splendente oro,
mani d’avorio:
occhi chiari e duri,
mani sottili e dure –
che ardenti sognatori credono
pietra di pietra nel deserto.
Il deserto ha vasti regni di sabbia
e strane sorgenti,
città morte e vivo fogliame,
e luce per un anacoreta.
Lì ha posto il suo campo,
la sua povera, leggera tenda –
trappista della scienza,
asceta dello spirito.
Come un ostacolo frantuma nella lotta
la sua ambiziosa vulnerabilità,
brutale, se necessario, e indifferente
ai fischi, alle risa e al plauso.
Disumano, così appare.
Come vento del Nord la sua passione raggela.
Combatte la spaventosa battaglia del pensiero,
l’uomo senza pietà.
La consolazione delle stelle
Ho domandato stanotte a una stella
– luce lontana e inabitata – :
«Chi illumini tu, ignota stella?
Tanto grande e chiara procedi.»
Mi ha rivolto allora uno sguardo di stella,
rendendo muta la mia pietà:
«Illumino una notte eterna.
Illumino uno spazio senza vita.
La mia luce è un fiore che appassisce
nel tardo autunno dei cieli.
È questa luce a consolarmi.
Questa luce basta a consolarmi.»
La molteplicità dell’essere umano
Bello è un corpo robusto
che fende un’onda possente.
Bello, bello è il sonno del bimbo
dopo l’emozione del gioco.
Bello è il giorno di lavoro
– duro pane, benedetto e spezzato –
e bella quell’ora che nell’ebbrezza scorda
futuro e passato.
Ci hanno partorito madri di cielo e di terra
e potenze senza fine,
notturne volontà e volontà di luce
con nomi a tutti ignoti.
Che nessuna di esse
possa sopraffarci,
fosse anche di stirpe celeste
e splendesse di magnifica luce.
Vive in noi una molteplicità.
Verso l’unità avanza incerta.
Siamo noi lo specchio ustorio
che la cattura e la raccoglie.
Grande è l’anelito dell’essere umano,
grandi le mete che si è posto –
ma ben più grande è l’umanità stessa
con le radici nella notte del tutto.
Lasciaci proteggere una stanza segreta
e che non manchi mai una fiamma
sull’altare di un dio sconosciuto,
che si ridesterà forse domani.



