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Tentar non nuoce, quasi mai: la Stagione del Sagittario
(22 novembre – 22 dicembre)

Quale stagione migliore per cominciare a farci dei viaggioni mentali se non quella del Sagittario? Overthinkers, questo è il momento buono per smettere di pensare e trasformare l’energia delle idee in azione. Se sentite la necessità di intraprendere strade nuove, esplorare sentieri che fino a questo momento avevate timore di conoscere, di fare qualche follia non esattamente premeditata non preoccupatevi, è tutto sotto controllo, è solo il Sole che è entrato in Sagittario. Sappiate che anche Giove, governatore astrale dell’esploratore dello zodiaco, vi sorride bonario e guarda con ottimismo qualsiasi idea bislacca vi venga in mente. Non è tempo di tirarsi indietro: fidatevi del mondo e lanciatevi in quell’impresa che rimandate da un po’. Il segreto non è farla bene, il segreto è cominciare. E sappiate che anche la paura, a volte, può essere un grande trampolino di lancio.

“Se una situazione mi turba, allora scrivo un pezzo per capire cos’è che mi turba”.
Immaginatela, mentre pronuncia queste parole, seduta a un tavolo consumato dal tempo con in mano un bicchiere di vino bianco, avvolta dai raggi del sole californiano. Joan Didion nasceva il 5 dicembre del 1934. Giornalista, romanziera, sceneggiatrice, Didion è stata una scrittrice a trecentosessanta gradi, in grado di osservare e scandagliare la realtà per coglierne gli aspetti più marginali e restituire un resoconto più ampio, sociale e collettivo.

Non si può parlare di Didion senza parlare degli Stati Uniti, di cui costruisce una sorta di mitologia americana partendo dal luogo in cui è cresciuta, la California, simbolo secondo lei dello zenit della cultura statunitense. I suoi saggi Verso Betlemme, The White Album, Nel paese del Re pescatore mescolano reportage, autobiografia e storia personale, esplorando l’America degli anni ’60 in lungo e in largo, alla ricerca di un equilibrio tra l’ordine e il caos, tra tendenze ataviche e nuove spinte giovanili, tra splendore e asperità, catturando l’essenza di un’epoca.

A Didion e agli altri esponenti del New Journalism non sono mai interessati né i fatti né le opinioni, ma solo le impressioni. Per lei ancor più degli altri, scrivere significa dar vita a un universo psichico fatto di immagini che però non vogliono rappresentare o spiegare la realtà, quanto più evocarla. E il motivo di tale convinzione è molto semplice: la realtà non ha senso o, per dirla meglio, “il centro non regge”.

Nei suoi scritti, Didion affronta temi universali come la perdita, la solitudine e la ricerca di significato. Il decesso del suo amato marito, John Gregory Dunne, segnò un momento cruciale nella sua vita, trasformandosi in un’opera toccante e profonda intitolata L’anno del pensiero magico, forse il suo testo più lucido e suggestivo, una catartica e cerebrale elaborazione del lutto tutta basata sul potere della parola e dei ricordi: “Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli della mortalità anche se la respingiamo… così connessi che quando piangiamo le nostre perdite piangiamo, nel bene e nel male, anche noi stessi, ciò che eravamo, ciò che non siamo più, ciò che non saremo più”.

Se Didion attraverso i suoi scritti è stata in grado di evocare il mondo circostante senza mai giudicarlo, Shirley Jackson, nata il 14 dicembre 1916, ha fatto lo stesso con l’idea del Male, quella forza superiore che vincola, attrae e incatena. Stephen King l’ha descritta come “una persona che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”, sottolineando la sua abilità nel creare universi inquietanti attraverso sussurri anziché grida, come se stesse recitando le parole di un incantesimo. Leggenda vuole che scrivesse non con una penna, ma usando un manico di scopa.

Nonostante il suo indiscusso talento, che le avrebbe permesso di cavalcare i vertici del mondo accademico, Shirley ha trascorso la vita scrivendo intrappolata nel ruolo di moglie e madre tra figli e lavori domestici, oppressa da un marito maschilista e da una figura materna che da bambina la derideva per il suo aspetto fisico. Confinata tra le mura domestiche, ebbe la capacità di trasformare quella sua prigione personale in una fucina di idee, coltivando uno spazio intimo e sicuro, un mondo interiore che trovò espressione nella scrittura. L’atmosfera incantata che permea i suoi racconti evoca uno spazio ancestrale inquietante in cui non si è malvagi a causa dei traumi subiti, ma semplicemente per il flusso delle cose che accadono. Il Male segue leggi proprie, intrinsecamente presenti, e l’oscurità si intreccia con la vita di tutti i giorni.

Anche la sua esistenza riflette questa relazione: l’uscita di Abbiamo sempre vissuto nel castello fu accompagnata da abuso di alcol, uso di anfetamine e una crescente agorafobia. L’incubo di Hill House, grande classico del genere gotico, è un’opera che incapsula tutte le ossessioni di Jackson: una donna infelice e sola con un trauma inconfessabile, la ricerca dell’amore materno contrastata dal rifiuto della sua autorità e il soprannaturale che emerge dall’inconscio, portando alla luce paure e desideri repressi. Hill House, luogo di incubi, diventa la metafora del difficile e infelice matrimonio di Shirley, una casa viva che si adatta ai suoi abitanti, rispondendo alle loro storie e personalità. Anche se non guaritrice, la casa crea situazioni che, pur apparendo surreali, rappresentano condizioni di assoluta realtà.
Nelle ultime note del suo diario, scriverà: “Io sono il capitano del mio destino. La risata è possibile, la risata è possibile, la risata è possibile.”

Buona stagione del Sagittario: tentate sempre!

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