Collateral beauty: la Stagione della Bilancia
(23 settembre – 22 ottobre)
Dell’autunno mi piace l’equilibrio tra la durata del giorno e quella della notte, mi affascina questo suo tentativo di dosare luce e tenebre, sembra una specie di chiamata all’introspezione, alla riflessione su chi siamo e come ci mostriamo agli altri. Non a caso è la stagione inaugurata dal segno della Bilancia, cui vengono attribuiti i significati di armonia ed equità. Sfatiamo subito questo stereotipo: la Bilancia non è carina, coccolosa e graziosa, o meglio, lo è, come qualsiasi altra persona appartenente a qualsiasi altro segno zodiacale, ma si porta dietro questo fardello della non riottosità, del risolvere le cose con calma e gentilezza, del rimanere bella e perfetta in ogni situazione. Come ci si può relazionare con l’altro senza talvolta scontrarsi e arrabbiarsi? Ve lo dico io: non si può. E quindi la Bilancia, che ogni tanto quei due piatti che tiene in perfetto equilibrio ce li vorrebbe tirar dietro, ci dice di esprimere bisogni e idee senza pensare di essere un disturbo per qualcuno, di lottare per ciò che per noi significa “uguaglianza” e spiegarlo all’altro, di lasciar andare tutto ciò che non riusciamo più a percepire come significativo per la nostra crescita e per la nostra esistenza, e di pensarci su, magari, mentre cuciniamo una vellutata di zucca.
Tra gli esponenti della Bilancia che più ho amato e ammirato lungo il mio percorso di lettrice ci sono Luis Sepúlveda e Marina Cvetaeva.
Giornalista, scrittore e attivista politico tra i più influenti del Cile, Luis Sepúlveda, nato il 4 ottobre 1949, mescola nei suoi libri realismo magico e impegno sociale e ambientale, radici e nostalgia di un passato che non può più tornare. Suo nonno materno, anarchico andaluso fuggito in Sudamerica per evitare una condanna a morte, ebbe una grande influenza sulla sua visione del mondo e sulla sua sensibilità sociale e politica. Vi basti pensare che portava il Luis bambino a pisciare su porte e sagrati delle chiese la domenica pomeriggio, dopo averlo ingozzato di gelati e gassose, ed era pronto a tirarsi su le maniche per fare a pugni col primo prete che aveva qualcosa da ridire al riguardo. Fu proprio il nonno ad avvicinarlo alla letteratura, facendogli leggere Salgari, Melville, Conrad, Verne.
Sepulveda cominciò giovanissimo a scrivere, dapprima racconti erotici che vende sottobanco ai suoi compagni di scuola, poi poesie.
A 15 anni si iscrive alla Gioventù Comunista, a 20 vince una borsa di studio per l’università Lomonosov di Mosca, dalla quale viene espulso poco dopo “per atteggiamenti contrari alla morale proletaria”, torna in Cile, viene buttato fuori da Gioventù Comunista e si trasferisce in Bolivia, dove si arruola nell’esercito di Liberazione Nazionale. Dopo l’esperienza boliviana, rientra in Cile, si iscrive al Partito Socialista e diventa membro della guardia personale del Presidente Salvador Allende. Dopo l’11 settembre 1973 e il colpo di stato di Pinochet, viene arrestato e rinchiuso per due anni e mezzo nel carcere di Tucapel, dove viene interrogato e torturato continuamente. Quando riesce a uscire da questa esperienza da lui definita come “il viaggio da nessuna parte”, grazie alla pressione di Amnesty International, pesa venti chili in meno e viene esiliato dalla sua patria.
Inizia così il suo peregrinare in Argentina, Brasile, Nicaragua, Germania, Francia e Spagna, con in tasca un biglietto per il paese dell’utopia: la promessa fatta a suo nonno di visitare le colline piene di uliveti dell’Andalusia, luogo di origine della famiglia Sepúlveda.
Il resoconto di questo viaggio di ritorno alle radici è contenuto ne La frontiera scomparsa, racconto di formazione pubblicato nel 1994, forse non uno dei libri più conosciuti di Sepúlveda, ma sicuramente uno dei più appassionanti e veritieri. Fatalità vuole che El Luchador se ne sia andato nel 2020, dopo essere risultato positivo al Covid.
In Un amore fuori dal tempo, sua moglie Carmen Yáñez racconta quei giorni in ospedale, in un capitolo intitolato Il miglior modo di morire: “Si sistemò nel letto, pensò che non gli sarebbe spiaciuto fare un sonnellino, anzi una bella dormita, lunga, per guarire del tutto, dormire senza interruzioni, senza stress, e si addormentò e sognò, come faceva sempre, il mondo a colori e un’altra realtà, come l’utopia che non avremmo mai realizzato, con un linguaggio semplice, diretto, senza metafore, senza retoriche complicate, con il linguaggio dell’emozione di un poeta. […] Non si è più svegliato”.
La poetessa russa Marina Cvetaeva era nata l’8 ottobre 1892 a Mosca da una donna che avrebbe voluto solo figli maschi, e che aveva dovuto rinunciare a una promettente carriera da pianista. Non fu dunque felice di mettere al mondo la bambina, nella quale già vedeva riflesso un avvenire di soprusi e privazioni.
Educata alla musica e alla letteratura, la vocazione di Marina si rivelò non essere quella per le note, bensì per i versi: scrisse la sua prima poesia a 6 anni, e quando sua madre morì improvvisamente, diede voce alla sua presa di posizione scrivendo nel suo diario: “Non mi restava che divenire poeta”.
Di indole vulcanica, Cvetaeva sapeva amare tutto ciò che toccava con tenacità e sapeva scrivere di qualsiasi cosa, ma diede sempre precedenza all’amore. Il suo unico romanzo, Sonecka, è dedicato all’attrice Sof’ja- Sonecka Gollidej, un inno all’amore e alla poesia scritto nel 1937, un racconto-epitaffio che racchiudeva già il presentimento della fine: la fine della sua relazione clandestina con Gollidej – Cvetaeva era sposata con l’editore Sergej Jakovlevič Efron, cui aveva promesso cieca fedeltà, costantemente tradita – e l’inizio dell’incombere della guerra e della morte.
Marina era già fuggita dalla Russia anni prima, aveva visto la propria casa saccheggiata durante la Rivoluzione del 1917, aveva conosciuto la fame e la miseria, era stata costretta ad affidare la sua secondogenita Irina a un orfanotrofio per salvarla dall’indigenza, sforzo che sarebbe in seguito risultato vano. Ma era anche diventata la poetessa della Russia post-rivoluzionaria: leggeva in pubblico i suoi versi che spesso celavano un sottotesto politico, come in Dopo la Russia, Il poema della montagna e Il poema della fine.
Dopo il 1917 iniziò, per Marina, una vita nomade. Il marito Sergej si era arruolato nell’Armata bianca e lei cominciò a vagare per l’Europa. Si stabilì per un certo periodo a Parigi, poi a Praga dove, nel 1922, ritrovò Sergej. Quell’anno nacque il loro terzo figlio, Georgij detto Mur, che Marina amò di un amore indicibile, soffocante. La famiglia si trasferì in seguito nella capitale francese e fu il periodo più prolifico per la produzione letteraria di Cvetaeva.
Ma la calma ritrovata non era destinata a durare. Sergej, che nel frattempo lavorava per i servizi segreti russi, fu arrestato e deportato in un gulag. La stessa sorte toccò alla figlia Arjadna che fu incarcerata nei pressi di Mosca. Marina riuscì a tornare in Russia soltanto due anni dopo, con il figlio Mur, nella speranza di ricongiungersi alla famiglia.
Iniziò un periodo terribile di povertà ed isolamento, sino all’epilogo del 31 agosto 1941. Pochi giorni prima le truppe tedesche di Hitler avevano invaso la Russia e suo marito era stato fucilato. Portando con sé l’unico figlio che le era rimasto, Cvetaeva decise di affittare un’isba (una tipica casetta della Russia rurale) e di partire in treno per la località di Elabuga, nel Tatarstan. In quel luogo sperduto, Marina Cvetaeva salì su una sedia, assicurò per bene la corda a una trave e si impiccò.
Sulla morte di Cvetaeva ancora oggi si addensano numerose ombre; c’è chi afferma che la poetessa fu indotta al suicidio dagli agenti dell’NKVD che la ricattarono imponendole di scegliere tra la sua morte e quella dei suoi figli.
Cvetaeva aveva scritto il suo epitaffio a vent’anni, immaginando di essere sepolta sottoterra e che uno sconosciuto posasse gli occhi sulle due date di nascita e morte:
Leggi – di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
– che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.
[…] Con leggerezza pensami
con leggerezza dimenticami
Aveva inviato quella poesia a un conoscente, nel marzo del 1914, come conclusione di una lettera in cui affermava di non credere in Dio e neanche nell’esistenza ultraterrena. Per lei esisteva solo la vita, diceva, e una “febbrile, delirante sete di vivere”, un congedo letterario di una tenerezza incredibile che stride incredibilmente con la sua fine.
Insomma, per vivere, per amare, per raccontare, è necessario passare anche attraverso il dolore: non esiste vita che non sia imperfetta, la Bilancia lo sa, e vi sprona a lasciarvi andare tenendo in considerazione tutto il pacchetto.
Buona stagione della Bilancia!

