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Autrice: Ingeborg Bachmann
Editore: Adelphi
Pagine: 298
Prezzo: 11,00€

Un mattino di primavera, un uomo si sveglia e si sente perduto. Non riesce a tirarsi su dal letto, un’apatia mai provata prima lo attanaglia e lo lascia senza forze, ignora come poter affrontare una nuova giornata. Cerca dunque di ripercorrere la propria esistenza attraverso i ricordi, di provare a rintracciare le cause della sua condizione. Non sa chi è, non ha un vero lavoro, non ha obiettivi, e si rende conto di ciò che realmente lo turba: sta per compiere trent’anni, è a un punto di svolta, un cambiamento che non desidera e al quale è impossibile sottrarsi.
L’unica possibilità sembra quella di scappare, di liberarsi delle persone che popolano la sua esistenza e di intraprendere un viaggio verso una vera e propria rinascita nei luoghi in cui un tempo è stato felice. Più passano i mesi, più l’uomo si accorge che non può sfuggire al proprio mondo rinnegando se stesso e la sua condizione. L’unico modo per sopravvivere è accettare il cambiamento senza soccombere a esso, fare pace con le proprie paure e col primo capello bianco che spunta.

Gli altri racconti presenti nel libro ci parlano anche essi di uomini e donne alle prese con momenti di difficoltà e cambiamento: la nostalgia di un’infanzia dilaniata dalla guerra; il dolore di due genitori per la prematura dipartita del loro unico figlio; lo smarrimento di una donna “felicemente” sposata che prova un’improvvisa attrazione per una ragazza più giovane; un giudice che, dopo una vita passata a rincorrere la verità, grida nel bel mezzo di un processo la sua disillusione.

“Il trentesimo anno” di Ingeborg Bachmann è un’opera che invita a non rimanere sulla soglia dell’esistenza, un invito a prendere parte alle danze senza troppo pensare a quel che sarà.
Impossibile non trovare uno spunto in ognuna di queste storie, impossibile non riflettere sulla propria condizione, impossibile non partire per una ricerca più alta dell’assoluto.

“Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane”.

Autor*: Mario Pistacchio e Laura Toffanello
Editore: 66thand2nd
Pagine: 218
Prezzo: 16,00€

Siamo a Brondolo, nelle campagne venete in provincia di Venezia, e quella che si narra è l’ultima estate insieme di un gruppo di amici che si sta affacciando all’adolescenza.
C’è chi ha il privilegio di diventare adulto gradualmente, e chi invece è costretto a diventarlo in pochi mesi. Giusto il tempo di un’estate.

L’estate del cane bambino di Mario Pistacchio e Laura Toffanello non è un libro per i deboli di cuore, perché lo farà batterà più forte, incessantemente, ad ogni pagina.

Batterà di una nostalgia malinconica per le estati passate; quelle che abbiamo vissuto, ma anche quelle che ci hanno raccontato i nostri genitori, i nostri zii, le nostre nonne.
Estati appiccicate, che sanno di polvere, sudore, corse, libertà.

Batterà di tensione, perché le atmosfere sono degne dei migliori Stephen King e David Lynch, solo nella Chioggia degli anni Sessanta.

Batterà di sgomento, perché ci saranno pagine che divorerete con gli occhi sgranati e una mano sulla bocca, mentre trattenete il fiato sperando in un epilogo diverso.

Batterà di rabbia, non solo per il male che esiste e alberga feroce in alcuni di noi, ma anche per tutte le volte in cui quel male, una volta rivelato, viene nascosto, taciuto, lasciato impunito.

Infine, batterà di dolore e amore, che non solo fanno rima ma sono spesso compagni, nel ricordare le amicizie dell’infanzia, quelle che, pur perdendosi, non avranno mai eguali, perché fondate su prime volte condivise e futuri immaginati.
Perché quando si giocava insieme era tutto lì, e non serviva altro.

Autrice: Temim Fruchter
Editore: Mercurio Books
Pagine: 400
Prezzo: 20,00€

Tra le donne della famiglia di Shiva Margolin si nasconde un segreto che freme per essere portato alla luce. È il segreto di un’antica leggenda; di un villaggio polacco, Ropshitz, che ha perso la risata; di un messaggero divino dagli occhi verdi che viaggia attraverso i secoli. Tutte le antenate di Shiva lo hanno incontrato e hanno ricevuto il dono di un amore assoluto, che trascende il genere, lo spazio e il tempo. Quando Shiva, giovane newyorkese, ricostruirà il passato della sua famiglia, seguendo le tracce di un misterioso spirito, il dibbuk, svelerà ciò che troppo a lungo è rimasto nascosto. Ritroverà così le lettere della bisnonna Mira, a cui venne impedito per sempre di ridere, le foto di sua nonna Syl, che parlava la lingua degli uccelli, e l’abbraccio di sua madre Hannah, dedita a celebrare più la morte che la vita. È grazie a questo cortocircuito familiare che a Ropshitz risuoneranno di nuovo risate perdute, che il messaggero farà ritorno in forme sempre più cangianti, e che Shiva infine guarderà negli occhi il proprio destino. Città che ride, esordio di Temim Fruchter, fonde folklore yiddish, mondo queer e spiritualità in un’alchimia letteraria in grado di sprigionare il potere più grande e pericoloso di tutti: quello di una donna, finalmente libera, che ride – o forse grida – da sola nel bosco

Autrice: Ninni Holmqvist
Editore: Fazi
Pagine: 276
Prezzo: 18,50€

In un momento in cui l’Europa crolla vertiginosamente a destra, in cui l’Italia cancella la parola aborto dalla bozza del G7, in cui i pro-vita possono entrare nei consultori e Bruno Vespa discute di IGV a un tavolo con altri sei uomini, salutiamo il medioevo con il romanzo distopico di Ninni Holmqvist che dovrebbe atterrirci tuttə: L’unità (Fazi)

La brillante scrittrice svedese immagina un mondo -neppure così assurdo- in cui tutte le donne e gli uomini che non hanno avuto figli vengono relegatə nell’Unità, una struttura accogliente e all’avanguardia in cui i loro corpi diventano capitale umano da dispensare a chi invece ha procreato, dando così il proprio contributo alla società.
Cominciano donando ciò che si può donare rimanendo in vita, diventano cavie da laboratorio per esperimenti farmaceutici, fino alla donazione finale, in cui il loro corpo salverà un genitore bisognoso là fuori.

Le uniche persone che possono evitare questo trattamento pur non avendo avuto figli, sono coloro che svolgono un lavoro ritenuto utile, come medicə o insegnantə. Scrittorə, artistə, pittorə, invece, sono tra lə primə a finire nell’Unità.

È un libro profondamente disturbante da cui è impossibile staccarsi.
Più le situazioni si fanno raccapriccianti e insostenibili, più desideriamo addentrarci in quei corridoi, con la vana speranza che qualcunə rinsavisca, che arrivi qualche mente illuminata a negare tutto, a dichiarare pura follia l’assunto per cui contribuiamo alla società solo riproducendoci e costruendo una famiglia.

È proprio questo, invece, l’aspetto sconvolgente che rende scomoda la lettura: che nessunə sembra contestare il sistema. Non ci sono dissidi, rivolte, non c’è scontento, nulla viene vissuto come una punizione. C’è una rassegnazione collettiva quasi serena, consapevole.

Ed è qui che dobbiamo allarmarci, che Holmqvist ci fa riflettere.
Sarà quando sopiranno il nostro istinto di ribellione, quando inerzia e accettazione avranno la meglio, quando tutto sarà così strutturato e ordinato da reprimere ogni pensiero critico, che saremo definitivamente perdutə.

Coltiviamo sempre i sacri semi dell’indignazione e della disobbedienza.
Tutto il resto è il deserto.

Autrice: Elena Garro
Editore: Sur
Pagine: 348
Prezzo: 20,00€

Nella Tierra Caliente che è il cuore stesso del Messico giace il paesino di Ixtepec, narratore di questa storia e testimone di vicende che mescolano fede e crudeltà, odio e passione, menzogna e perfidia. Siamo negli anni post rivoluzionari, sull’orlo della guerra civile, e Ixtepec si ritrova in balia degli umori del crudele generale Francisco Rosas, consumato dall’amore per la bellissima Julia. L’arrivo di uno straniero misterioso metterà a soqquadro l’apparente monotonia della cittadina, segnando il destino della famiglia Moncada, della giovane Isabel e di una serie di personaggi memorabili, dal militare sanguinario al matto che si fa chiamare «signor presidente».
Come una Elena Ferrante del secolo scorso, Garro ritrae con sapienza e ironia una famiglia, un momento storico e al tempo stesso un intero paese, senza rinunciare alla dose perfetta di pensiero magico latinoamericano.
I ricordi dell’avvenire è insieme una grande storia di amore folle e impossibile, un romanzo storico godibilissimo e una maestosa saga familiare, capace di tenere il lettore incollato alle pagine come solo i classici sanno fare.

Autrice: Joyce Maynard
Editore: NNE
Pagine: 464
Prezzo: 21,00€

Irene è sola al mondo: da piccola ha cambiato nome, dopo che la madre è rimasta vittima di una bomba innescata dal gruppo di attivisti che frequentava; poi, artista emergente a San Francisco, ha perso marito e figlio in un incidente fatale. Senza più stimoli né prospettive, arriva quasi per caso in Centroamerica, in un villaggio affacciato su un lago ai piedi di un vulcano. Qui trova alloggio a La Llorona, l’albergo meraviglioso e decadente di Leila, una donna che come lei ha alle spalle un passato complicato. Irene non sa raccontare di sé, non lo ha mai fatto: la paura che la sua vera identità venga scoperta e il dolore per il doppio lutto subìto la paralizzano. Così, ogni sera Leila la distrae con le storie degli ospiti che negli anni sono passati di lì. Grazie a lei, Irene riscopre interesse per la vita e ricomincia persino a disegnare. Finché Leila all’improvviso le lascia in eredità l’albergo, a patto di restaurarlo completamente: anno dopo anno, Irene ricostruisce anche se stessa, trovando in Tom l’amore inaspettato che sembra scritto nel suo destino. Il Bird Hotel è la storia romantica di una donna in fuga da tutto, che trova la forza di non arrendersi e continuare a sognare. Come in L’albero della nostra vita, Joyce Maynard intreccia cultura pop e storia americana, e celebra il potere salvifico della natura e dell’arte, semi da cui può germogliare la speranza anche nei momenti più cupi.

Questo libro è per chi ha trovato una risposta nello sguardo di un pappagallo, per chi pensa che L’amore ai tempi del colera sia il romanzo più romantico di sempre, per chi ha sognato di scappare insieme a Marlon Brando, e per chi osservando il bagliore intermittente delle lucciole ha imparato a godersi i momenti felici, senza pensare al domani.

Autrice: Marta Lamalfa
Editore: Neri Pozza
Pagine: 320
Prezzo: 18,00€

Con una lingua originale e antica, Marta Lamalfa riporta alla luce un fatto storico dimenticato e ci trasporta in una terra battuta dal vento, minuscola eppure universale.

Alicudi, 1903. Caterina guarda il corpo gelido e duro come una crosta di pane di Maria, la sua gemella, e pensa che ora la vita cambierà per sempre. Era Maria a scegliere per lei i pensieri giusti da pensare, e adesso chi lo farà al suo posto? Se l’è portata via un male cattivo e tutti in famiglia – dalla bisnonna che non ci vede più bene ma capisce tutto, a Palmira, la madre che ha per la quarta volta un bambino in pancia ma ha perso la testa per il dolore – pensano sia colpa di Ferdinando, che sconta una pena al Castello di Lipari, e vuole fare la rivoluzione. Ora che Maria non c’è più, anche se la stanza di Caterina si è allargata, la vita è diventata molto più stretta: lavora nei campi di don Nino fino al tramonto, consegna le acciughe sotto sale e aiuta la mamma con le fatiche di casa, aspettando il suo giorno preferito, quello in cui tutti si riuniscono per impastare il pane. Da qualche tempo, però, alle spighe di segale dell’isola sono spuntati dei piccoli corni neri come il carbone, tizzonare le chiamano. All’inizio non s’erano fidati a mangiare quel pane aspro, ma ora non c’è altro, così anche Caterina butta giù quei morsi duri che hanno l’odore della morte. Forse però in quei bocconi grami c’è la chiave per scappare da un presente sempre più solitario e amaro, e raggiungere le majare, le streghe che vivono sull’isola e si librano in cielo, libere nell’ala scura della notte. Caterina non lo sa, ma non è l’unica a vedere cose che poi sfumano nella nebbia. Per lei, come per tutti i settecentotredici arcudari, verrà il momento di scegliere tra la realtà e il sogno.

Autore: Perumal Murugan
Editore: Utopia
Pagine: 176
Prezzo: 19,00€

Il giovane Kumaresan e sua moglie Saroja arrivano in autobus nel lontano villaggio dove il ragazzo è nato, nel sud dell’India. Appartengono a due caste diverse e, per questo, il loro matrimonio è stato celebrato in segreto, lontano dalle famiglie di origine. Entrambi sperano che nel piccolo villaggio nessuno si accorga che Saroja appartiene a un’altra casta. Desiderano solo una quotidianità serena per coronare il loro sogno d’amore. Quando però i protagonisti giungono a casa, la madre di Kumaresan, una donna aggressiva e tradizionalista, si accorge subito di quel che è accaduto e maledice platealmente il figlio per aver contratto un matrimonio indegno. Attrae così l’attenzione di molti compaesani, che si accalcano e iniziano a giudicare la sposa, spesso ricorrendo all’insulto. La vita al villaggio si rivela dolorosa per i due ragazzi. Quando rimane incinta, Saroja si convince che è necessario allontanarsi per sempre. Mentre il marito è fuori per lavoro, tuttavia, la suocera ordisce una congiura per liberarsi di lei, con un esito imprevedibile e toccante.

Autrice: Helen Humphreys
Editore: Playground
Pagine: 192
Prezzo: 15,00€

Datemi una storia originale, scritta magistralmente, intrecciata bene, in cui trovo frasi da sottolineare e poi riscrivere sui muri mentre leggo di lupi, cacciatori, quadri dipinti di nero, disperazione, speranza, e sarò vostra per sempre.

Ai margini di una piccola cittadina del Canada si aggira un branco di cani selvaggi. Sono cani cacciati o scappati dalle loro case, che ora vivono riuniti nei boschi.
Da quando è successo, sei persone si ritrovano insieme, per caso, nello stesso campo al confine del bosco per chiamarli, nella speranza che ritornino, che riconoscano le voci, che sentano la loro mancanza.
Questa è la storia di quei cani, ma soprattutto di quelle sei persone, delle relazioni che intesseranno, del loro passato, del loro rapporto con il paese.
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Il lupo è un animale selvaggio.
Il cane è domestico, l’animale addomesticabile per eccellenza.
Ma cosa succede quando è il cane a diventare selvaggio? È un istinto che permane in loro, latente, da quando erano tutti lupi?
E se fosse così, sono i cani che ci appartengono o sono loro che scelgono di restare e siamo noi ad appartenere a loro?
E noi siamo selvaggi o addomesticabili? Lo sappiamo davvero distinguere?

“La gente ha sempre avuto paura dei lupi. In passato si pensava che il lupo fosse il diavolo travestito. Sono sempre stati i cattivi delle favole e del folclore. Ma cos’è questa paura, in realtà? Non è forse la paura del selvaggio che è in noi? Non è forse tutta la struttura della società finalizzata a farci entrare in gabbie sempre più piccole? Più siamo imprigionati dal dovere e dall’amore, più il nostro lato selvaggio ne esce addomesticato e più pensiamo di sentirci sicuri. Ma, naturalmente, non è vero. Non ci sentiamo affatto sicuri.”

Cara Helen Humphreys, con Cani selvaggi potresti avermi addomesticato.

Autrice: Diane Williams
Editore: Black Coffee
Pagine: 136
Prezzo: 18,00€

Nei racconti di Diane Williams la vita è appena sbocciata, ed è qualcosa di pericoloso; che si tratti di una tresca amorosa, di una richiesta di denaro, di un pomeriggio trascorso in giardino o del semplice gesto di portare una torta da una stanza all’altra, Williams ci offre modi nuovi – splendidi e sconcertanti – di guardare alla vita quotidiana.

Con frasi perfettamente cesellate e punteggiate di umorismo, questi racconti ci dimostrano che qualsiasi momento di un giorno qualunque può generare delusione, piacere e nuove possibilità.