Aphra Behn

Aphra Behn: il mito e la storia di una voce (quasi) dimenticata

Studiare letteratura all’università significa immergersi in una specie di abisso, un luogo profondo e misterioso che custodisce figure enigmatiche e voci dimenticate che non vedono l’ora di riappropriarsi dei loro spazi e poter parlare di nuovo. In una di queste mie immersioni mi sono imbattuta in una figura che sembra vivere sospesa tra mito e storia, una donna che fu viaggiatrice, spia, libertina, galeotta, ma che scelse di incidere il proprio nome nella storia con la parola, diventando la prima scrittrice professionista, la prima donna della letteratura delle isole britanniche a guadagnarsi da vivere scrivendo.

Nata il 10 luglio del 1640 a Canterbury, figlia di un’epoca turbolenta segnata dalla Restaurazione della monarchia in Inghilterra, Aphra Behn trascorse una breve parentesi della sua giovinezza nel Suriname, al tempo colonia britannica, esperienza che avrebbe in seguito ispirato il suo romanzo più celebre, Oroonoko (1688). Tornata in Inghilterra, sposò un mercante olandese, rimase presto vedova e venne reclutata come agente segreto per conto della Corona, operando ad Anversa sotto il nome in codice Astrea. Al suo rientro in patria, la Corona rifiutò di pagarle il viaggio di ritorno, così Behn si ritrovò in condizioni finanziarie assai precarie e venne incarcerata per debiti. Il carcere fu la sua personale opportunità di rivoluzione, perché fu proprio dietro le sbarre che cominciò a scrivere.

Le sue prime commedie – The Forc’d Marriage e Sir Patient Fancy – le valsero immediata notorietà, ma anche feroci accuse di oscenità e libertinaggio. In esse, infatti, Behn affrontava senza reticenze temi legati alle relazioni sessuali e alla prostituzione, maneggiando e sovvertendo con abilità i codici maschili che, se usati da un uomo, erano percepiti come segno di conoscenza del mondo, ma che, nelle mani di una donna, venivano sovrapposti alla sua persona. Così le tematiche trattate finirono per essere lette come riflesso diretto della vita privata dell’autrice, al punto che Aphra Behn si trovò costretta a convivere con un epiteto sprezzante che circolava sul suo conto, “la puttana e poetessa”. The Rover (Il giramondo, 1677), la sua commedia più famosa, smaschera il doppio standard della morale sessuale e mette al centro figure femminili brillanti e intelligenti, come Hellena e Angelica Bianca, costrette a muoversi tra desiderio di libertà e vincoli sociali.

Non meno innovativa fu la sua produzione in prosa, quattordici opere che comprendono Love-Letters Between a Noble-Man And his Sister (Lettere d’amore tra un gentiluomo e sua sorella), apparso nel 1684, considerato il primo romanzo epistolare moderno in lingua inglese, e Oroonoko, or The Royal Slave (Oronooko. Nobile schiavo, 1688), celebrato come punto di partenza per lo sviluppo del romanzo moderno, opera che intreccia riflessione coloniale e denuncia della schiavitù attraverso la tragica vicenda di un principe africano. Per la prima volta la figura di uno schiavo nero veniva messa al centro di un racconto che iniziava in Africa e si concludeva nel Suriname. L’autrice, identificata con l’io narrante, si poneva fin dal principio come testimone oculare della vicenda, stabilendo un patto narrativo con il lettore che costituirà una costante nel genere letterario del romanzo: un patto che richiede completa fiducia da parte del lettore stesso circa l’affidabilità del racconto.

Behn fu anche autrice di poesie e lettere audaci, come la pastorale To the Fair Clarinda e le missive all’amante John Hoyle, esempi di sottili indagini psicologiche delle relazioni amorose. Libera e anticonformista, “dedita al piacere e alla poesia”, costruì un’immagine di sé enigmatica e contraddittoria, tra maschere e segreti, molti dei quali rimangono un mistero ancora oggi.

Alla sua morte, nel 1689, povera e malata, rivendicava con orgoglio il titolo di «Poeta». Per secoli il suo nome fu relegato ai margini, bollato come immorale e “minore”. Riabilitata nel Primo Novecento grazie alla critica letteraria femminista, Vita Sackville-West scrisse la sua biografia nel 1927, Aphra Behn. L’incomparabile Astrea, che ispirò a sua volta l’elogio a lei tributato da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé:

“Aphra Behn era una donna della classe media dotata delle virtù plebee di umorismo, vitalità e coraggio; una donna costretta dalla morte del marito e da alcune sue sfortunate vicende a guadagnarsi da vivere per mezzo del proprio ingegno. Dovette mettersi a lavorare sullo stesso piano degli uomini. Lavorando assai duramente riuscì a guadagnare abbastanza per vivere. L’importanza di questo fatto è di gran lunga maggiore di qualunque cosa la donna abbia effettivamente scritto […], perché è qui che comincia la libertà della mente o piuttosto la possibilità che nel corso del tempo la mente sarà libera di scrivere ciò che desidera. […] E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn che si trova, assai scandalosamente, ma alquanto giustamente, nella abbazia di Westminster, perché fu lei a conquistar loro il diritto di dire quello che pensavano. È lei – ombrosa e amorosa com’era – a rendere non del tutto stravagante il fatto che io possa dire a voi, questa sera: guadagnate cinquecento sterline l’anno con il vostro ingegno”.

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