Astroautor*: Gemelli

Definitemi come vi pare: la Stagione dei Gemelli
(21 maggio – 21 giugno)

Ci siamo: il Sole è entrato nel segno dei Gemelli il 20 maggio, quest’anno un po’ in anticipo, e siamo prontissim* e carichissim* per affrontare la nuova stagione nel modo più caotico possibile. Ho sempre trovato difficile descrivere il Gemelli, troppe cose sono state dette sul suo conto, e quella visione stereotipata che lo ritrae come un eterno Peter Pan è talmente radicata che per riabilitarlo mi ci vorrebbe una tesi di laurea magistrale. E non ho nessuna intenzione di farlo. Mettiamo in chiaro un concetto: leggerezza non significa necessariamente superficialità. L’insegnamento del Gemelli è la capacità di evitare le trappole dell’attaccamento, il saper comprendere il momento giusto per voltare le spalle a situazioni, cose, persone, case, libri, auto ecc.. che non portano più né arricchimento, né crescita, è l’abilità di non restare schiacciati dai macigni della vita. E lo fa cambiando, mutando, imparando cose nuove, adattandosi a nuovi ambienti in maniera camaleontica, contraddicendosi pure. Non è leggerezza, è spirito di sopravvivenza.

Di Marguerite Yourcenar, una delle più grandi scrittrici della letteratura mondiale, è doveroso esaltare, oltre alla magia dei suoi scritti, la molteplicità del suo essere in tutti gli aspetti della sua vita di donna e di artista; già il gioco sottile dell’anagramma con cui ha scelto di ridefinire il suo cognome, di rimescolare le proprie radici per presentarsi al mondo in maniera totalmente nuova, è un atto che la dice lunga sulla sua natura di spirito libero.
«Nulla di ciò che è umano mi disgusta», fa affermare Yourcenar al suo prozio Egon, la cui storia racconta in Quoi? L’eternité, e nelle sue pagine la scrittrice si mescola ai personaggi che crea, indagando profondamente le luci e le ombre dell’animo umano senza mai giudicare, ma anzi, approfondendo sullo stesso piano le cadute, le emozioni, le ascese e le sconfitte, le bassezze e le passioni, alla luce dei suoi irrinunciabili ideali di conoscenza e libertà. Rimasta orfana di madre subito dopo la sua nascita, Yourcenar bambina riceve un’eccellente educazione dal padre e da tutori privati: a otto anni si appassiona alle opere di Racine e Aristofane, a dieci impara il latino e a dodici il greco.

Nel 1920, a soli diciassette anni, pubblica “Le jardin des Chimères”, la sua prima opera in versi per cercare di rimediare a una situazione economica familiare dilapidata dal padre nel gioco d’azzardo. Nel 1924, durante un viaggio in Italia, Yourcenar visita per la prima volta Villa Adriana e inizia la stesura “Carnet des Notes per le Mémoires”. Nei suoi taccuini di appunti, Yourcenar scrive che il romanzo storico rappresenta per lei la ricostruzione di mondi interiori e modi di pensare passati, un delicato gioco di equilibri tra fonti e invenzione letteraria. Da questo connubio, nel 1951 viene pubblicato Memorie di Adriano, l’opera più nota e di maggior successo della scrittrice. Il romanzo è concepito come una lunga lettera di Adriano a Marco Aurelio: Yourcenar lo scelse come destinatario perché affascinata dalla comunanza d’anime tra i due imperatori. Adriano, sentendo prossima la morte, ripercorre le tappe della sua vita di uomo e di politico allo scopo di istruire il giovane che prenderà il suo posto. Al lettore viene presentato un personaggio storico messo a nudo, spogliato di ogni corazza o scudo, in balia di se stesso e dei suoi tratti meno eroici. La narrazione fiume di Yourcenar diventa ben presto una commistione di ricordi, esperienze, vicissitudine, sentimenti e nostalgie. La voce dell’imperatore morente si fonde con quella della scrittrice: del resto, la scrittura del romanzo l’aveva impegnata per più di 30 anni, la ricostruzione del passato diventa ricostruzione del suo mondo interiore, il piano della vita si fonde con quello della letteratura.

Yourcenar vive in pieno secondo secolo: il suo scopo, in fin dei conti, era quello di rifare dall’interno ciò che gli archeologi cercano di riportare alla luce, trasferirsi con il pensiero nell’identità dell’altro.

«La morte non le pare un’ingiustizia?». «No», aveva risposto Michela Murgia alla domanda del giornalista del Corriere della Sera a cui aveva rivelato per la prima volta di soffrire di una malattia terminale. «Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi». Michela Murgia nasceva il 3 giugno 1972. Il racconto di quelle dieci vite vissute è uscito in libreria il 30 aprile scorso: Ricordatemi come vi pare: in memoria di me è il libro che la scrittrice ha dettato al suo editor Beppe Cottafavi, accogliendolo nella sua casa romana nelle sere di luglio.

È così che in alcune pagine leggiamo dei primi tentativi di scrittura avvenuti sulla piattaforma di un gioco fantasy, Lot, in cui Michela Murgia è un’elfa, Ninque, che servono anche a spiegare il suo modo di concepire la scrittura: sia nel gioco, sia nel blog tenuto durante i suoi anni di lavoro in un call center in Sardegna, la scrittura è comunità, collettività, un processo e un esercizio fatto di condivisioni, opinioni diverse, che prende in esame il pensiero dell’altro e tesse in questo modo la trama del suo primo libro, Il mondo deve sapere. C’è un piccolo capitolo molto interessante all’interno del libro in cui Murgia tenta di rispondere alla domanda: «Quindi, che mestiere hai fatto?». «Per la maggior parte del tempo, a dire il vero, non ho fatto la scrittrice, ho fatto altre cose. Ho lavorato, ho rotto le scatole, ho lottato».

In Ricordatemi come vi pare ci sono tutti i tasselli per mettere insieme come un puzzle Michela Murgia: ci sono le sue mille lei, le sue prese di posizione, c’è la scrittura collettiva e conflittuale allo stesso tempo, il concetto di famiglia e di figlio dell’anima che ritroviamo in Accabadora e in Chirù, il suo rapporto con la malattia e la morte. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».

Trovare una fonte di arricchimento anche nel cancro e trattarlo come una parte si sé: Michela Murgia non poteva che essere una Gemelli.