Tag Archivio per: goliarda sapienza

aa.vv.
Editore: Electa
Pagine: 264
Prezzo: 35,00€

Pubblicato in occasione dei cent’anni della nascita, il nono titolo della collana di monografie A-Z è dedicato all’autrice di L’arte della gioia, capolavoro pubblicato postumo e diventato un libro di culto dal successo internazionale per diverse generazioni di lettori e di lettrici.
La doppia vocazione artistica di attrice-scrittrice di Sapienza ci regala un profilo poliedrico e multiforme: la giovanile formazione attoriale, teatrale e cinematografica, lascia il posto alla scrittura letteraria, una seconda vita professionale, esplorata tentando generi e forme varie (dalla poesia, al racconto memoriale, dal romanzo storico, alle pièce teatrali) e costruendo un rapporto ‘critico’ con il linguaggio, che si esprime nella urgenza di rimuovere le ‘incrostazioni’ che alterano il significato delle parole per riscoprirne il significato più profondo.

La formula dell’alfabeto, qui declinato in 71 lemmi dalla A alla Z, presentati da 38 autori, ben si addice quindi alla ricerca di Sapienza sulle parole, oltre che alla restituzione della sua vivacità, dell’estro e del talento artistico, della sua versatilità e apertura a generi e codici differenti, nonché della fortuna transmediale dei suoi testi.

Il volume comprende inoltre un inserto iconografico che contiene la riproduzione di alcuni manoscritti e fotografie, conservati nell’Archivio Sapienza-Pellegrino ed è proposto come un atlante della sua vita di appassionata sperimentatrice di ogni forma di ri-creazione della propria immagine, pronta alle più diverse metamorfosi, ma sempre votata all’arte della gioia.

All you need is beauty: la Stagione del Toro
(20 aprile – 20 maggio)

A me la stagione del Toro mette fame.
No, non di cibo, non parlo di quella fame là, è più appetito di incontri, di socialità, di intimità condivisa, di passeggiate lungo fiume, di bicchieri di vino e di risate, voglia di riempirmi gli occhi di bellezza.

E per celebrarla come si deve, ho scelto due mostri sacri della letteratura, che hanno scritto di bellezza in modalità diverse, proprio come si addice alla loro natura taurina: Vladimir Nabokov e Goliarda Sapienza.

Tra le opere più conosciute di Nabokov troviamo senza ombra di dubbio Lolita, romanzo pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955 che fece subito parlare di sé per il contenuto scabroso delle sue pagine: la storia d’amore tra un non più giovane professore di origine europea e una ragazzina americana, scandita dalle tappe di una fuga che attraversa i motel di buona parte degli Stati Uniti. Ciò che scandalizzò la pubblica opinione non fu soltanto il racconto delle varie vicissitudini e delle azioni al limite della legalità compiute da Humbert, ma anche la totale disinvoltura con la quale Lolita, a un certo punto, seduce il professore. Come però appare agli occhi di un lettore che non è alla smaniosa ricerca dello scandalo, il problema principale non sta nella grande differenza di età tra i due, ma nell’amore stesso. Il sentimento che Humbert prova per Lolita è totalizzante, ossessivo, devastante: il suo è un tentativo disperato di replicare e di far rivivere un amore interrotto sul nascere quando era ragazzino. E di fatto, all’interno del rapporto è come se i due fossero coetanei, come se il tempo si fosse fermato nella ricerca di un qualcosa che si pensava perduto per sempre. Si potrebbe dire che questo tentativo da parte di Humbert di arrestare il tempo sia guidato dalla volontà di far durare per sempre i bei momenti della sua giovinezza. Il primo amore infantile, adolescenziale, viene traslato nel rapporto con Lolita: è il momento magico, capace di fermare il tempo.

Tutta la vicenda disperata di Humbert Humbert sta nel riuscire a ricreare questa impressione sublime di tempo che si ferma. Ma il suo ideale di bellezza verrà completamente cancellato dal ritrovare, alla fine del libro, una Lolita invecchiata, diversa, e dal realizzare che sebbene non più giovane, non più “ninfetta”, la ama anche così.

Rimasto in un cassetto per più di vent’anni, rifiutato e rimbalzato da una casa editrice all’altra a causa delle tematiche avanguardistiche di cui tratta, L’arte della gioia è il romanzo capolavoro di Goliarda Sapienza, a cui la scrittrice lavorò dal 1967 al 1976, pubblicato postumo dopo la sua morte. Protagonista del romanzo è Modesta, una bambina siciliana nata in una famiglia poverissima. Modesta subisce abusi dal suo presunto padre, e dopo aver perso madre e sorella in una tragedia, viene dapprima affidata a un convento e poi trasferita in una famiglia facoltosa, di cui amministrerà in seguito il patrimonio, diventandone parte integrante. Dotata di fine intelligenza e di grande apertura mentale, considerando il periodo storico in cui è ambientata la sua storia – Modesta nasce il primo gennaio del 1900 e vivrà in prima persona tutti i grandi cambiamenti del ventesimo secolo -, è guidata dall’idea che le donne debbano riconquistare un proprio riconoscimento, una posizione che è sempre spettata loro di diritto.

Attraverso il personaggio di Modesta, Sapienza racconta i pregiudizi e le contraddizioni di un secolo, insegna agli uomini il modo in cui una donna può provare piacere, dà ai disabili la dignità che non è loro riconosciuta, dice alle persone che hanno il diritto di amare chi gli pare. E lo fa utilizzando un linguaggio fino ad allora ritenuto scabroso, sfacciato, che non si pone freni e che si mette al servizio della verità delle parole. Come raccontare il corpo della donna, il piacere, la gioia del sesso e della masturbazione senza ricorre al grande repertorio del vocabolario della lingua italiana? È dal lessico adoperato che inizia la rivolta, dalla descrizione dei genitali, delle scene di sesso con Carmine, Carlo, Mattia, Beatrice e Nina, dallo scrivere nero su bianco parole considerate ancora indecenti. Sapienza non risparmia nemmeno critiche e prese di posizione contro il fascismo: si serve della fiction per schierarsi apertamente contro il regime e farsi testimone di un ventennio che avrebbe cambiato per sempre la società italiana.

L’arte della gioia è un romanzo necessario: è evoluzione, progresso, non mero esercizio di storie e intrecci ben costruiti. È testimonianza di un momento ben preciso, e dentro di sé porta il germe di una rivoluzione che tutt’oggi è in corso. La rivoluzione delle libertà. Una rivoluzione che vuole imporre il diritto alla felicità, a quell’arte della gioia che implica la libertà di essere.
Ditemi voi se questa non è bellezza.

Penultimo appuntamento di questa stagione del gruppo di lettura = due ore di discussione piena piena.
Due ore di discussione su un libro che, per di più, ha messo d’accordo praticamente tutte e tutti, alias: L’Università di Rebibbia.
Ma Goliarda Sapienza fa quest’effetto, c’è poco da dire.

Centotrentotto pagine che molti di noi hanno sottovalutato, illudendosi che la brevità del libro corrispondesse ad una lettura veloce, esauribile in poche sere. Ma, cari i miei piccoli lettori, non se la scrittura è quella sapiente della nostra amata Goliarda. E questo non perché sia una prosa ostica o respingente, tutt’altro: lo stile è così poetico, armonioso e denso di immagini, che risulta difficile non soffermarsi a leggere e rileggere ogni riga per essere sicuri di non perdere neanche una goccia della bellezza che trasuda.

Quello che lo rende così speciale, poi, è che tutta questa meraviglia è contenuta in un libro che parla di carcere.
Ad alcuni, pur constatando l’ineccepibilità della scrittura, questo accostamento è risultato stridente, a tratti supponente. Pure all’epoca la sua visione del carcere è stata tacciata di eccessivo romanticismo e idealizzazione, con tutti questi personaggi a tratti fiabeschi e questi dialoghi quasi surreali. Anche la classe sociale da cui proviene Goliarda Sapienza ha un peso, una classe agiata e privilegiata che non si può nascondere e che ha reso la sua esperienza carceraria inevitabilmente differente rispetto a chi viene dalla strada.

Ma tutto questo l’autrice non l’ha mai negato: è una scrittrice, la romanticizzazione e le licenze poetiche che (forse) si è concessa derivano dal fatto che si tratta di un romanzo, non di un saggio antropologico. È anche ben cosciente del proprio status sociale, non lo nega e anzi, lo dichiara più volte nel testo, proprio per riflettere sulle differenze e sui problemi che pervadono la nostra società. Tutto questo mantenendo uno sguardo onesto, sensibile, e profondamente umano, da cui dovremmo solo imparare.

Responso: leggete Goliarda e godetene tutti.

Autrice: Goliarda Sapienza
Editore: Einaudi
Pagine: 140
Prezzo: 12,00€

 

L’arte della gioia dev’essere un romanzo maledetto. Per esso Goliarda si ridusse in assoluta povertà e andò persino in galera per aver rubato una manciata di gioielli. E quel fremito letterario per il quale era disposta a un gesto disperato si mantiene in queste pagine, in cui racconta la sua detenzione a Rebibbia, scuola di vita, vera e propria università che insegna, senza le illusioni e le ipocrisie della vita ordinaria, la dura e autentica dimensione della convivenza umana. Ma in quell’universo freddo e spietato, Goliarda scopre anche cosa vuol dire solidarietà, calore, amicizia, spontaneità, impossibili nel mondo di fuori dove si è meno liberi e sicuri. Intellettuale libera e anticonformista, Goliarda Sapienza ci offre, con sguardo lucido e penetrante, uno spaccato sorprendente che rovescia tutti i nostri stereotipi su una realtà sconosciuta e per questo tanto piú rivelatrice.

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