C’è un albero, in Piazza Tasso, che è il mio preferito. Lo è perché ha le fronde basse, e quando vado in libreria devo passarci attraverso. Eppure, dopo aver sorriso per quelle foglie che mi accarezzano ogni mattina, mi coglie la preoccupazione che uno di questi giorni il Comune faccia tagliare quei rami così bassi che ostruiscono il passaggio. Perché è questa la narrazione dominante, quella degli umani, che da sempre plasmano il paesaggio a seconda di ciò che ritengono utile.
Paola Caridi nel suo libro Il Gelso di Gerusalemme prova invece a farsi da parte (per quanto possibile), raccontando la storia degli alberi.
Era il saggio votato per questo mese dal nostro book club, ed è stata per tuttə una lettura inaspettata.
Spostando il punto di vista, abbiamo scoperto che i pini di Aleppo in territorio ora israeliano non esistevano prima degli anni ’40, ma sono stati piantati forzatamente per creare un paesaggio che strizzasse l’occhio all’Europa e che nascondesse alla vista le rovi ine dei villaggi distrutti dei palestinesi uccisi o cacciati a forza dalle loro case. Che le arance di Jaffa, diventate un simbolo del neonato stato di israele, erano in realtà frutto degli aranceti che i palestinesi avevano coltivato con cura e dedizione per decenni, progettandone i complessi sistemi d’irrigazione e facendoli diventare un punto di forza del loro commercio per l’alta qualità dei frutti. Che l’imperialismo francese a inizio Novecento ha letteralmente decimato per fame la popolazione libanese, che per la Francia aveva adattato il suo territorio unicamente alla coltivazione del gelso, a scapito di tutte le altre colture. Che gli orti botanici che tanto amiamo visitare sono in realtà degli zoo, piante spostate dai loro ambienti naturali e costrette ad adattarsi.
Sono state tutte informazioni completamente nuove, prospettive che non avevamo mai preso in considerazione, fucina di spunti, riflessioni, rimandi ad altri contenuti.
Forse non è un libro particolarmente scorrevole, abbiamo tuttə convenuto che la scrittura ci ha fatto inciampare qua e là, come se fosse mancata una revisione finale che mettesse in ordine i pensieri, ma abbiamo anche deciso che va bene così, che questa volta non è importante. Ciò che è rimasto è tutto quello che abbiamo imparato, la storia di cui non si parla e alla quale non pensiamo, il ricordo affettuoso e nostalgico degli alberi della nostra infanzia o della nostra vita (perché tuttə ne abbiamo almeno uno), l’invito a interrogarci su ciò che diamo invece per scontato, una spinta all’empatia e al rispetto verso l’altro, che sia umano o non umano.
E il monito a boicottare tutti i prodotti provenienti da israele (nota delle libraie).
Prima di salutarci, abbiamo deciso quale libro leggeremo sotto le feste, che questa volta doveva essere un libro di letteratura delle isole britanniche (quindi di un autore o un’autrice proveniente da Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord, Irlanda). La lista era molto-molto-molto interessante, ma alla fine se la sono contesi due titoli sulle quali l’ha spuntata di un solo voto Piccole cose da nulla di Claire Keegan, di cui parleremo quindi lunedì 20 gennaio. Chi indovina chi è arrivato secondo in questa lista?
- S. Turton, L’ultimo omicidio alla fine del mondo, Neri Pozza
- A. Gray, 1982. Janine, Safarà Editore
- D. Garnett, La signora trasformata in volpe, Adelphi
- S. Rooney, Intermezzo, Einaudi
- S. Clarke, Piranesi, Fazi
- Z. Smith, Denti bianchi, Mondadori
- E. O’Connor, L’odore freddo del mare, Garzanti
- A. Huxley, Il mondo nuovo, Mondadori
- M. Nolan, Piccole umane debolezze, NN Editore
- B. Comyns, La ragazza che levita, Safarà Editore
Ci vediamo lunedì 16 dicembre, come sempre alle 19:00, per parlare di Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani.