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Autrice: Liz Moore
Editore: NN Editore
Pagine: 288
Prezzo: 19,00€

Dire le cose a voce alta le rende pericolose

“Io l’ho sempre pensato: le persone, quando mangiano, fanno davvero tenerezza. Le labbra piene di desiderio, le mascelle rilassate, il tremito e la perdita di controllo, gli sguardi colpevoli al compagno o agli sconosciuti. […] Guardar mangiare gli altri mi dà molta gioia. Ed è l’unico momento in cui riesco a perdonarmi per quello che sono diventato”

Ho letto Il peso di Liz Moore in due giorni.
Sono due storie, tra cui si viene rimbalzati, unite tra loro da una persona che fa da denominatore comune. Da una parte un uomo di mezza età che da oltre dieci anni non esce di casa: diventato disperatamente obeso, si trascina dal divano alla cucina, vivendo immerso tra scatole vuote e avanzi di cibo. Dall’altra un attraente ragazzo delle superiori, promessa del baseball, schiacciato dal peso di una madre perdutamente alcolizzata.

È un libro che mi ha cambiato la vita, ha una storia avvincente, sentivo il bisogno di sottolinearlo tutto? No. Eppure non sono riuscita a staccarmene.

Mi sono chiesta allora se volessi consigliarlo, come consigliarlo, se fosse un buon libro, e, in caso, cosa lo rendesse tale. Ci ho riflettuto a lungo e alla fine ho capito. L’empatia. È un libro che ha la capacità rara, preziosa, e così essenziale al giorno d’oggi, di far provare una profonda empatia verso i suoi protagonisti, anche se lontanissimi da noi.

Mi sono ritrovata nel corpo di un uomo di duecento chili, quasi incapace di muoversi, e non ho provato pietà o disgusto, ma ho sentito e fatto mia tutta la sua rassegnazione, la compassione verso sé stesso, l’imbarazzo di fronte agli altri, la compiacenza davanti ad ogni nuovo pasto. La sua solitudine.
Così come mi sono adattata al corpo atletico di un adolescente che si trova troppo presto ad essere genitore di sua madre e di sé stesso. Ho provato la sua vergogna, la voglia di scappare, tutto l’amore che lo lega, ancora, sempre, a chi dovrebbe occuparsi di lui ma non ci riesce. La sua solitudine.

Non diventerà il libro della vita, ma mi ha dato due corpi che non sono il mio e mi ha permesso di comprenderli.
Senza giudizio, solo empatia.
Che forse è l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno.