Autore: Luciano Bianciardi
Editore: Feltrinelli
Pagine: 199
Prezzo: 9,50€

 

“[…] Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.”

Luciano Bianciardi è stato un intellettuale italiano, morto fin troppo giovane nel 1971 a causa della sua dipendenza dall’alcol. Era scrittore, giornalista, traduttore, un uomo di cultura che ha scritto pagine meravigliose sull’impresa culturale, un’impresa che criticava perché trasformatasi in una cosa politica, e “la politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere”. Sono righe scritte nei primi anni ’60, eppure più attuali che mai.

Così com’è attuale ogni suo pensiero riguardante la società, l’economia, il mondo del lavoro, la vita grigia a cui il sistema occidentale ci ha relegati.
Dopo essersi trasferito a Milano, inizialmente con l’intento di far esplodere un palazzo per vendicare la morte dei minatori della Maremma, è rimasto inghiottito dalla città e condannato ad un individualismo che consiste in una perenne lotta alla sopravvivenza, al lunario da sbarcare, alla gente che in metropolitana non riesce neppure a guardarsi negli occhi.
Nella Vita agra ci sono pagine intere, meravigliose, dedicate a tutto questo, e nonostante siano stati in tanti a scriverne in quegli anni, in queste ci sono un’umanità e una fragilità che le distinguono da tutte le altre.
Tutto il capitolo dieci è un manifesto che io farei studiare nelle scuole, appenderei nelle case, farei imparare a memoria.

“Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.

All’inizio vi sembrerà che usi un linguaggio troppo labirintico, di difficile comprensione, ma vi chiedo di fare lo sforzo di addentrarvici, in quel labirinto, di perdervi in quei giochi di sintassi degni del miglior Quenau, perché nascondono tesori capaci di cambiare la vostra visione del mondo, di illuminare la verità.

Autrice: Sonia Aggio
Editore: Fazi
Pagine: 202
Prezzo: 17,00€

Si strappa tutto l’amore che ha

So che è un azzardo, e c’è chi dirà che sto tagliando la letteratura con la motosega, manco col machete, ma chi sono io per non sentirmi il Pietro Citati de noantri e dire tutto quello che un libro mi suscita? Quindi me ne frego e azzardo: Magnificat è quello che uscirebbe se Shirley Jackson e Ernesto de Martino scrivessero un libro a quattro mani, ambientandolo nel Polesine (provincia di Rovigo, basso Veneto).

Ci sono tutte le atmosfere gotiche, cupe, buie della Jackson (vedi Abbiamo sempre vissuto nel castello), e poi c’è la storia vera, che si intreccia alle credenze popolari, al pensiero magico, alle fascinazioni di cui tanto ha scritto De Martino, antropologo, studiando la cultura del Sud Italia (vedi Sud e Magia).

14 novembre 1951. Dopo due settimane di piogge e temporali il Po si rompe in più punti, causando quasi cento morti e centinaia di migliaia di sfollati. È l’alluvione del Polesine, una zona in provincia di Rovigo, nel basso Veneto.

È anche l’alluvione che divide due cugine, più sorelle che cugine, che avevano solo loro stesse da quando i genitori erano morti nei bombardamenti del ‘44. Norma e Nilde erano cresciute così, insieme, amandosi come ci si ama quando ci si aggrappa a vicenda per uscire insieme dai buchi neri dei traumi. Questo fino a quando Norma non cade dalla biciletta, l’estate prima dell’alluvione. Da quel momento comincerà a comportarsi in modo strano, il suo sguardo diventerà di ghiaccio, correrà ogni notte incontro alle tempeste, tornando sempre bagnata, ferita, assente, lasciando Nilde sempre più turbata, smarrita, sconfortata.

Il mistero, e la sua soluzione, sono nell’acqua.

Io non lo so se vi ho convinto, però lo spero tanto. Perché questo è un esordio, è il primo romanzo di Sonia Aggio, che a soli 27 anni ha pubblicato per Fazi Editore, è stata segnalata per il Premio Calvino 2022 e ha scritto una storia sulla cui originalità garantisco senza remore: non avete mai letto niente di simile.
Parola di Orny Citati.
(scusa Pietro)

Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Editore: Einaudi
Pagine: 64
Prezzo: 12,00€

In questo periodo di campagna elettorale, in cui sentiamo parole usate a sproposito, significati completamente travisati, alcuni dei diritti umani più basilari rimessi in discussione, in cui ci troviamo a difendere nuovamente ciò che negli ultimi decenni era stato conquistato con sangue, fatica e dolore, perché a quanto pare c’è chi pensa che quel sangue, quella fatica e quel dolore non valgano nulla o non siano stati abbastanza, forse è necessario ripartire dalle basi.

Ad esempio:

“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale.”

“[…] la cosa peggiore che facciamo ai maschi – spingendoli a credere di dover essere duri – è che li rendiamo estremamente fragili. Più un uomo si stente costretto a essere un duro e più la sua autostima sarà fragile. E poi facciamo un torto ben più grave alle femmine, perché insegniamo loro a prendersi cura dell’ego fragile dei maschi.”

“Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere.”

“Quando, tanti anni fa, cercai la parola sul vocabolario, trovai questa definizione: Femminista: una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.”
E non è proprio questo che dovremmo essere tutti? Dico io.

Mi raccomando: pensate, leggete, consigliate e, per diana, il 25 settembre votate responsabilmente.

Autrice: Liz Moore
Editore: NN Editore
Pagine: 288
Prezzo: 19,00€

Dire le cose a voce alta le rende pericolose

“Io l’ho sempre pensato: le persone, quando mangiano, fanno davvero tenerezza. Le labbra piene di desiderio, le mascelle rilassate, il tremito e la perdita di controllo, gli sguardi colpevoli al compagno o agli sconosciuti. […] Guardar mangiare gli altri mi dà molta gioia. Ed è l’unico momento in cui riesco a perdonarmi per quello che sono diventato”

Ho letto Il peso di Liz Moore in due giorni.
Sono due storie, tra cui si viene rimbalzati, unite tra loro da una persona che fa da denominatore comune. Da una parte un uomo di mezza età che da oltre dieci anni non esce di casa: diventato disperatamente obeso, si trascina dal divano alla cucina, vivendo immerso tra scatole vuote e avanzi di cibo. Dall’altra un attraente ragazzo delle superiori, promessa del baseball, schiacciato dal peso di una madre perdutamente alcolizzata.

È un libro che mi ha cambiato la vita, ha una storia avvincente, sentivo il bisogno di sottolinearlo tutto? No. Eppure non sono riuscita a staccarmene.

Mi sono chiesta allora se volessi consigliarlo, come consigliarlo, se fosse un buon libro, e, in caso, cosa lo rendesse tale. Ci ho riflettuto a lungo e alla fine ho capito. L’empatia. È un libro che ha la capacità rara, preziosa, e così essenziale al giorno d’oggi, di far provare una profonda empatia verso i suoi protagonisti, anche se lontanissimi da noi.

Mi sono ritrovata nel corpo di un uomo di duecento chili, quasi incapace di muoversi, e non ho provato pietà o disgusto, ma ho sentito e fatto mia tutta la sua rassegnazione, la compassione verso sé stesso, l’imbarazzo di fronte agli altri, la compiacenza davanti ad ogni nuovo pasto. La sua solitudine.
Così come mi sono adattata al corpo atletico di un adolescente che si trova troppo presto ad essere genitore di sua madre e di sé stesso. Ho provato la sua vergogna, la voglia di scappare, tutto l’amore che lo lega, ancora, sempre, a chi dovrebbe occuparsi di lui ma non ci riesce. La sua solitudine.

Non diventerà il libro della vita, ma mi ha dato due corpi che non sono il mio e mi ha permesso di comprenderli.
Senza giudizio, solo empatia.
Che forse è l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno.

Autore: Fabio Bartolomei
Editore: E/O
Pagine: 112
Prezzo: 9,00€

 

Ho il sistema nervoso a coriandoli

In occasione di un bellissimo incontro tenutosi in libreria poco tempo fa, è venuto fuori un concetto che mi sta particolarmente a cuore: il nostro bisogno perenne di sentirci figli. È la prima cosa che siamo stati e quella che saremo sempre, figli di qualcuno. Anche quando bramiamo indipendenza, anche quando di figli ne abbiamo a nostra volta, anche quando sbuffiamo perché nostra madre ci chiama una volta di troppo.
Non è un controsenso.
Possiamo anche spazientirci per un commento non richiesto, un rimprovero per una casa in disordine, per una premura troppo invadente. Eppure, se quella telefonata di troppo non arriva, siamo i primi a sentirci trascurati, a richiederla, a cercare quelle attenzioni.

È l’unico amore che ci sentiamo di pretendere, incondizionatamente, che percepiamo come un diritto. Da nessun altro possiamo esigere che ci accetti o ci ami davvero così come siamo, o che lo faccia per sempre. Da nessuno, tranne che dai nostri genitori.

– Si potrebbero aprire discussioni lunghissime e interessantissime su quanto sia giusto o meno, o su tutti i traumi che derivano da quando tutto questo non avviene, quando quell’amore non è garantito né scontato, ma instagram impone 2185 caratteri a caption e questo è solo il profilo di una libreria –

Morti ma senza esagerare di Fabio Bartolomei parla (anche) di questo. Di questo, e dell’importanza di lasciare andare, pur cercando in noi le impronte di chi ci ha attraversati, modellandoci e trasformandoci. Perché quelle resteranno sempre.

Ah, e tutto questo in un centinaio di pagine soltanto, facendovi pure ridere.
Se non è poesia questa.

————

Vera è una trentenne che, dopo aver dato l’estremo saluto ai genitori morti in un incidente stradale, li vede riapparire al mattino come se nulla fosse accaduto.

È la prima delle quattro storie che compongono la “Quadrilogia della famiglia”, e io non vedo l’ora di leggere le altre.

Autore: John Steinbeck
Editore: Bompiani
Pagine: 660
Prezzo: 14,00€

 

In caso di bisogno rivolgersi solo alla povera gente, mai ai ricchi

Da bambina ho avuto una gran fortuna. Sono stata un po’ sballottata in giro per il mondo, ma sono quasi sempre cresciuta in campagna.
Uno dei posti in cui ho trascorso più tempo, sfondo di alcuni dei miei ricordi più felici, è la casa dei miei zii: avevano un orto grande tre volte la casa, la stalla con le mucche e il maiale, le galline, qualche vigna, e campi di granturco a perdita d’occhio. Avevo quattro anni quando mi arrampicavo sul trattore o sul rimorchio dello zio, aiutavo la zia a sgranare i piselli, accompagnavo i grandi a far la vendemmia mangiando la metà dei grappoli che mettevo nel secchio.
Quant’era buono il cibo che stava a sera su quella tavola manco ve lo racconto.

Me lo ricordo bene quel rapporto con la terra, così tangibile, concreta, e ringrazio Steinbeck per averlo reso di nuovo così vivido, per questa morsa al cuore.

Protagonista di Furore è la famiglia Joad, una famiglia di contadini dell’Oklahoma costretta ad emigrare verso ovest, lungo la vecchia Route 66, perché l’industrializzazione agricola degli anni ’30 ha spodestato i coloni dando tutto in mano ai grandi proprietari terrieri, alle banche, alle macchine.

Ma protagonista di Furore è soprattutto la terra. La terra che coltiviamo, che calpestiamo, che ci lasciamo alle spalle perché cacciati o costretti a cercare altre terre da coltivare, calpestare, da chiamare ‘casa’. Una terra che in ogni parte del mondo, in ogni epoca, ha visto passare, fermarsi e ripartire migranti e nomadi, che si sono prima sentiti maltrattati, insultati, indesiderati, per poi diventare abitanti, nativi, e infine padroni, in seguito nuovamente cacciati da nuovi padroni, nuove dinamiche, nuovi sistemi.

Leggere Furore di Steinbeck adesso, insegna che il mondo è cambiato ben poco, e che l’unica cosa che può salvarci è ricordare che “due uomini insieme sono sempre meno perplessi di un individuo solo”. Che la differenza sta, e starà sempre, nella transizione da “io” a “noi”.

Autore: Sergio Atzeni
Editore: Ilisso
Pagine: 168
Prezzo: 9,00€

 

Quel babbasone diceva soltanto tonterias

A me il concetto di “radici” piace molto. Sentire l’appartenenza a una terra, a una cultura, per quanto poi la vita possa portarci altrove.
Incontrare dall’altra parte del mondo qualcuno che ha le nostre stesse radici e riconoscersi.
La nostalgia di casa quando si è distanti, i dialetti che sfuggono di bocca nei momenti più sinceri, i racconti dolci, malinconici ma sempre molto orgogliosi delle proprie usanze.

Bello.

Io radici non ne ho, e ne ho sempre sentito la mancanza. Per questo quando le trovo negli altri mi commuovo. E sapete chi ha un senso identitario incredibilmente potente e genuino? I sardi.
Anzi, dirò di più: non ho mai incontrato nessuno che conosca la propria terra bene come loro. Ne vanno fieri, ne conoscono i luoghi, la storia, le tradizioni, le condividono con la luce negli occhi e io che ascolto mi emoziono.

“Io credo che la Sardegna vada raccontata tutta…se avrò vita cercherò di raccontare i paesi, uno per uno, e tutte le persone, una per una”.
E ci ha provato, Sergio Atzeni, scrittore cagliaritano morto giovanissimo nel mare della sua Sardegna, qualche giorno dopo aver consegnato le pagine di “Passavamo sulla terra leggeri”.
La sua terra la racconta in tutti i suoi scritti, ma in quest’ultimo romanzo decide di renderla mito, narrandone le origini dall’alba dei tempi, inventando una lingua degli antichi, mischiando realtà e invenzione per ricreare le atmosfere di un poema epico, in cui i custodi del tempo si tramandano da generazioni la storia dei popoli che hanno abitato l’isola, dai sacerdoti che leggevano le stelle agli stranieri che l’hanno invasa e conquistata, togliendole la libertà.

“Cantavamo, morivamo, danzavamo di padre in figlio, crescendo di numero e di esperienza dell’isola. Eravamo felici. Chiamavamo noi stessi s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle. […] Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua.”

copertina melancolia della resistenza
Autore: László Krasznahorkai
Editore: Bompiani
Pagine: 352
Prezzo: 20,00€

 

Quando nulla ha più importanza, qualcuno si diverte a fare confusione

Siete in cerca di un bel libro da ombrellone, un’appassionante lettura estiva che coniughi avventura e frivolezza? Una saga familiare da portare in spiaggia o da leggere in montagna tra una mucca e una ferrata?
Ecco. Qui oggi non trovate nulla di tutto ciò.
Qui abbiamo male, sofferenza, disillusone e catastrofi avvolte nel grigio tendente al grigio.
In compenso però abbiamo: un titolo e una copertina bellissimi, un cognome difficilissimo da pronunciare e un capolavoro visionario della letteratura contemporanea ungherese con un finale che non ho remore a definire universale, forse IL FINALE in capslock.

Melancolia della resistenza (l’avevo detto che era un titolo bellissimo) di László Krasznahorkai (e questo è il cognome dall’infame pronuncia) vi trasporta (nel senso che lo fa letteralmente, con un travagliato viaggio in treno) in una cittadina ungherese di un tempo indefinito, durante un inverno che ammazzerebbe pure gli eschimesi.
Con prosa cinematografica, Krasznahorkai (ripetiamolo spesso così lo impariamo meglio) ci racconta una storia inserendoci di volta in volta in un personaggio diverso, senza dichiararlo né anticiparlo.

Mi spiego meglio: avete presente in Ghost, quando il fantasma di Patrick Swayze entra in Whoopi Goldberg? O anche in Casper, se il riferimento vi aggrada di più. Ecco, qui avviene qualcosa di molto simile. Con quello che mi piace pensare sia un onomatopeico *flup* ci spostiamo da un personaggio all’altro pur leggendo in terza persona, accompagnandoli di volta in volta lungo un pezzo di strada, seguendone i pensieri, le turbe, i movimenti.

Ogni tanto, quando cammino tra la folla e mi soffermo su qualcuno, mi assale per un secondo, cristallina, la consapevolezza che il mio centro del mondo non sia universale. Così come gli altri per me sono solo comparse, io lo sono per gli altri. Cos’ha pensato a sua volta lui o lei quando mi ha vista? Mi ha vista? A cosa starà pensando, cosa vede, com’è il suo centro del mondo?

In questo libro possiamo fare proprio questo, cambiare mente e punto di vista, mentre camminiamo su marciapiedi di rifiuti, tocchiamo balene imbalsamate e sovvertiamo il disordine costituito.

 

Film da vedere (a seguire): Le armonie di Werckmeister di Béla Tarr (Ungheria, Italia, Germania, Francia; 2000)

 

In città è arrivato il circo. Nulla di strano, se non fosse che il circo ospita una balena imbalsamata, la più grande del mondo, e che la città è sperduta nella campagna ungherese, un non luogo dominato da incertezza e declino. Tutti sono in attesa che accada qualcosa e sarà proprio il circo a far esplodere il cambiamento. […] Un romanzo sulle possibilità della rivoluzione che scorre nella prosa bruciante e visionaria di Lászlà Krasznahorkai.

Autore: Raphael Bob-Waksberg
Editore: Einaudi
Pagine: 280
Prezzo: 19,50€

I miei due centesimi su Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata di Rapahel Bob-Waksberg:

Partiamo dal titolo.
Con un titolo così hai già fatto il botto. Potresti averci scritto anche la lista della spesa, sai che la gente lo comprerà a scatola chiusa. Già me lo vedo, il communication manager della tua casa editrice inchinarsi a te dicendo: oh, grande genio del marketing, ti cedo il mio posto, che io non me lo merito. Chiedi e ti sarà dato.

Ora continuiamo con l’autore.
Rapahel Bob-Waksberg (che nella mia testa è Bob Raphael-Waksberg) è l’autore della fortunatissima serie BoJack Horseman (e anche di Undone, che in comune con BoJack ha solo il fatto di essere animata, per il resto potete immaginarvela come la fusione delle serie Dark e Fleabag. Sembra assurdo, ma così è).
BoJack Horseman si può invece definire come la riuscitissima unione di cinismo, demenzialità e pillole di saggezza sulla vita e sulla morte sbattute in faccia senza preavviso. Perle ai porci che rimangono infilate in gola. Prima ci ridi su, poi non ci dormi la notte.
E anche qui, diabolico mostro della pubblicità, ti sei assicurato un’altra fetta di lettori: quelli che non comprano il libro per il titolo, lo comprano perché sono fan di BoJack e sanno chi sei.

Con queste premesse, la vetta della classifica è raggiunta prima ancora che la gente riesca a togliergli il cellophan e sfogliarlo. Non ti devi più preoccupare di niente, i numeri e i soldoni sono già in tasca.
Potevi fregartene Bob/Rapahel. Poteva rimanere solo una perfetta operazione commerciale, invece hai voluto strafare. A quel gran pezzo di titolo segue una serie di racconti che, ogni due-tre pagine, mentre ancora stai ridendo per un caprone non sgozzato o per i moscerini della frutta, ti piazza quella frase che ti trafigge anima e costato. Non ha pietà di noi, Rapahel/Bob. È un libro che ti offre dolcissime caramelle al veleno, una dietro l’altra, e alla fine non sai se è più forte lo shock da zucchero o la morte che senti dentro.

Le persone si dividono in due tipi, pensava: quelle che non vuoi toccare perché hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perché hai paura che ti spezzino

Autrice: Maddalena Fingerle
Editore: Italo Svevo
Pagine: 200
Prezzo: 17,00€

Paolo Prescher è nato a Bolzano. A Bolzano a diciott’anni devi fare la dichiarazione di appartenenza linguistica, mettendo una crocetta su italiano, tedesco, ladino o vattelappesca cos’altro.
A me la parola vattelappesca piace molto, ma non avrei mai il coraggio di pronunciarla in un discorso.
Vorrei sapere cosa ne pensa Paolo Prescher. Di vattelappesca non parla, ma so che fórmica è una parola che gli fa indolenzire le braccia, l’espressione vestirsi a cipolla gli fa lacrimare gli occhi, bambù è una parola che lo fa sorridere e lo mette di buon umore.
Il problema è che a Paolo Prescher, che non vuole decidere a che gruppo linguistico appartenere perché pensa che sia una stronzata, e sarebbe contento di sapere che ho scritto proprio “stronzata”, gli sporcano le parole. Gliele sporcano sua madre, sua sorella, gli insegnanti. Il padre no, il padre non parla.

Prima di leggere Lingua Madre di Maddalena Fingerle non avevo mai pensato a tutte le parole che sono state sporcate anche a me.
“Le parole hanno un potere metamorfico sulle cose.”
Possono cambiare ogni cosa. Possono creare bellezza o distruggere, ma soprattutto ci aiutano a definirci, a definire il mondo intorno a noi, oppure a scegliere consapevolmente di non farlo, di non trovare definizioni se ci mancano le parole giuste. Le parole che scegliamo fanno la differenza, e questa differenza è tutto. Vorrei che questo “tutto” fosse pulito, invece mi rendo conto che è sporco anche lui, inflazionato, usato in decine di espressioni simili quando in verità non indicano davvero lo stesso “tutto”.

Quello che cerca Paolo, e che ho capito di cercare anch’io, sono parole pulite. “Le parole pulite sono così: dici una cosa e intendi quella cosa, sono vere e limpide, non ci sono associazioni mentali che le rovinano, che le macchiano o che le sporcano.”
E se le parole non sono pulite, cerchiamo qualcuno che ce le ripulisca. Come anni fa, quando qualcuno inaspettatamente mi ripulì il nome e io mi ci riconobbi per la prima volta, proprio come succederà a Paolo.
Perché una parola pulita (o ripulita) la riconosci subito: cambia i colori, dipana gomitoli, dirada la nebbia, lava via ogni male.