Autrice: Pepita Sandwich
Editore: Sonda
Pagine: 208
Prezzo: 19,90€

In uno stile che ricorda quello di Liv Strömquist, solo meno tagliente, Pepita Sandwich ci regala questo saggio illustrato sul pianto per Edizioni Sonda.

Analizzandole da un punto di vista storico, biologico, scientifico, culturale, sociale, ci racconta da dove vengono le lacrime, perché piangiamo, quali sono i benefici del pianto, come le lacrime vengono viste e interpretate nelle varie parti del mondo, dà suggerimenti, consigli, ma soprattutto ci insegna che il pianto non è sintomo di debolezza.
Al contrario, è il nostro superpotere.

Scopriremo come le lacrime siano porte di cristallo delle nostre emozioni; che nel 400 a.C. esistevano dei raccoglitori di lacrime pensati per custodirle; che un’artista americana ha realizzato un’emozionante serie di fotografie di lacrime al microscopio, mostrandoci come siano diverse tra loro a seconda del motivo che le ha scaturite; che le lacrime contengono antidolorifici naturali.

È un libro che fa bene, anche se dovesse farvi piangere. Anzi, in caso farà bene proprio per questo.

È un libro da leggere e da regalare alle persone a cui teniamo. Soprattutto a quelle che non piangono spesso, perché sdogana tutti i pregiudizi sull’argomento. Insegna quanto sia salvifico, quanto sia naturale dall’alba dei tempi per tutti i generi, quanto sia umano, quanto sarebbe purificatorio se riuscissimo ad unirci in un grande pianto collettivo.

Keep crying 💙

Autrice: Jacqueline Harpman
Editore: Blackie Edizioni
Pagine: 176
Prezzo: 18,90€

Io che non ho conosciuto gli uomini è un libro che in realtà è una domanda.

Scritto da Jacqueline Harpman nel 1995 e pubblicato ora in Italia da Blackie Edizioni, immagina una realtà distopica in cui quaranta donne vivono da anni rinchiuse in una cella sotterranea senza saperne il motivo. Mentre le altre hanno ricordi della vita libera precedente, una di loro è lì da quand’era bambina, e non ha memoria di un mondo diverso. Non ha neppure un nome.
Diventata adolescente, però, comincia a porsi tutte le domande che ne instillanno altrettante in chi legge.

Come mi sentirei se il mondo mi venisse raccontato solo sulla base di un passato che non corrisponde più alla realtà?
Quanto la mia concezione del mondo è influenzata dalle relazioni, quanto dipende dall’intermediazione altrui?
Quanto ci limita la ricerca ostinata di un senso, di risposte, di spiegazioni, e quanto invece è l’unica direzione che possiamo prendere?
Davanti a un mondo in cui la mancanza di uomini predetermina il mio rapporto con la riproduzione, la maternità e la sessualità, non per scelta ma per una condizione data, come concepirei il mio corpo e il mio essere donna?
Cosa penserei, cosa farei, chi sarei se mi ritrovassi completamente sola?

Non ho risposte, per il momento, ma so che la cosa migliore che possiamo fare è porci queste domande insieme.
Il motivo ce lo insegna la Harpman stessa a pag. 32:

“A che serve discuterne? Non cambierebbe niente.”
“Ecco qui di nuovo la vostra stupidità! Come se parlare servisse solo a produrre avvenimenti. Parlare è esistere.[…]
“Ma parlare ci spiegherà perché siamo qui? Tu non ne sia più di me, né più di chiunque altra qui dentro.”
“No, ma saprei cosa ne pensi tu, tu sapresti cosa ne penso io, e forse questo ci farebbe venire un’altra idea, e avremmo l’impressione di comportarci come esseri umani e non come automi”

Autrice: Julia Armfield
Editore: Bompiani
Pagine: 240
Prezzo: 18,00€

Una mattina ho ascoltato involontariamente la conversazione di tre ragazze che chiacchieravano ad un tavolo, qua in libreria. Hanno una ventina d’anni, parlano di tutto fuorché di banalità. Una di loro dice che, se ne avesse la possibilità, piuttosto di esplorare lo spazio le piacerebbe scandagliare le profondità della terra, entrare nei vulcani, scendere negli oceani.

Come la capisco. Da brava scorpioncina quale sono, farei esattamente la stessa cosa. Colma di timore reverenziale verso quell’oscurità, con una paura che non ho dubbi si trasformerebbe in terrore, ma sceglierei anch’io di scendere.

A partire dal 1961, i voli nello spazio con equipaggio umano sono stati più di trecento, mentre le immersioni per raggiungere la Fossa delle Marianne si contano sulle dita di una mano. Stiamo toccando mete sempre più distanti nel nostro Sistema Solare, e non sappiamo quasi nulla della vita negli abissi. Saliamo sempre di più, ma non andiamo in profondità.
Questa è una metafora facile per molte cose, non trovate?

Ed è anche di metafore che si compone Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield (Bompiani), un romanzo horror, fantastico, disturbante, queer -difficile definirlo- che ci porta proprio in quei fondali sconosciuti, riconducendo a galla le paure con cui non vogliamo confrontarci.

Leah, biologa marina, si inabissa per una missione che invece di tre settimane durerà sei mesi. La moglie Miri al suo ritorno la attende a braccia aperte, ma si renderà subito conto che è successo qualcosa per cui Leah non sarà più la stessa.

È un libro inquietante, angosciante, degno dei migliori film di Cronenberg, eppure in ogni riga si respira amore.
Lo spiega bene la stessa Julia Armfield in un’intervista: «Horror e romanticismo derivano dallo stesso punto: la paura della morte. In fondo non trova che innamorarsi sia terrificante? Significa accettare di convivere con la paura di perdere la persona amata».

E l’amore vero va in profondità, non si accontenta della superficie. Esplora, pronto ad accettare le creature di cui neppure sospettava l’esistenza e ad accogliere le trasformazioni.
Non importa quanto faccia paura.

Autrice: Almudena Sánchez
Editore: Alessandro Polidoro
Pagine: 211
Prezzo: 16,00€

Non vi consiglio questo libro.
Se tutto sommato state bene, se quando vi alzate la mattina siete propositivə, se la sera andate a dormire soddisfattə, se il domani è un pensiero felice, e io spero che sia così, non leggetelo.

Se invece convivete con una tristezza dentro che è difficile da spiegare, qui potreste trovare qualcosa di voi.
Parlo di quella tristezza che non ha luogo, viene da lontano ma l’origine non è data; è così tanto che cammina che ha segnato un solco, letto perfetto per un torrente di lacrime in piena, che scorre costante, pur sotto la maschera della calma. Una maschera pesante da portare, imposta da una società e un’educazione che ci vogliono forti e felici. Il contrario, per loro, è solo sintomo di arrendevolezza e poca determinazione.

Se oltre a questo amate la letteratura; se i libri a volte vi hanno salvato, non curato ma salvato; se ci avete trovato non sollievo o consolazione, ma qualcosa che ha preso quella tristezza per mano, l’ha abbracciata e le ha dimostrato che la vede, che non la ignora; se tra le pagine avete trovato una possibile idea di convivenza, un motivo, allora leggete questo libro.

Infine, se pensate anche voi che Virginia Woolf sia “una delle menti più splendide e neurologicamente vivide che abbiano mai sbadigliato sulla faccia della Terra Umana”, è decisamente un libro che dovreste leggere.

Almudena Sánchez, in Farmaco, scrive della sua depressione. Scrive come gesto di salvezza e presa di coscienza, ed è lì che possiamo trovare qualcosa di quell’abbraccio e di quell’idea di convivenza di cui sopra.

Il motivo per alzarsi.

“Era ora che la fragilità venisse ribaltata. Addio al macho e al sacrificio femminile perpetuo. Che la morbidezza, il passo falso, lo strappo delicato appaiano nei libri. […] Che Sisifo respiri, che si rilassi, che il masso lo schiacci e possa riposare. Che ci sia pace. È giusto per l’umanità che l’inciampo trionfi. Che venga nominato, che si senta, che vibri. Gettiamo nell’inceneritore la moda dell’autoaiuto e piangiamo, piangiamo, scoperchiamo il vaso della desolazione.”

Se sentite che queste parole vi toccano, prima vi abbraccio, poi vi consiglio Almudena Sánchez.

Autrice: Sara Mesa
Editore: La Nuova Frontiera
Pagine: 224
Prezzo: 17,50€

Famiglia.
Una tra le parole più potenti e controverse che conosca per la quantità di significati, concetti, sensazioni in grado di evocare.

Famiglia.
Quella di sangue, quella che crei, quella che scegli, quella che ti sceglie, quella che cambi, quella che ti respinge, quella che ti accoglie, quella che vorresti.

La famiglia, nella sua immagine ideale, è un insieme di persone unite da un legame di parentela o affettivo che si amano, rispettano, sostengono a vicenda. È simbolo di casa, rifugio, sicurezza. È il luogo del ritorno.
Data questa rappresentazione agognata e astratta, come si può pensare che una semplice condivisione di patrimonio genetico possa garantire tutto questo? La famiglia, infatti, nella sua accezione più concreta e immediata di nucleo familiare in cui nasciamo, è anche fucina di traumi, malesseri, dinamiche tossiche e malsane – un saluto affettuoso a tutte le psicologhe che ci stanno leggendo – proprio a causa di questa contraddizione, per la quale ci viene insegnato che l’amore e l’accettazione di cui sopra dovrebbero essere innati, dovuti.

La famiglia è anche il nuovo romanzo di Sara Mesa, e di famiglia in questo libro c’è così poco e al contempo così tanto che scoprirlo può fare paura.
Per Damiàn la famiglia è il Progetto, il fine ultimo che trascende le persone perché mira al progresso sociale. E per fondare una famiglia serve che nasca un figlio. Con più figli, più legami di sangue, più famiglia.
Quello che Damiàn non considera, ma che Sara Mesa sa bene, è che la famiglia è composta da individui, e il sangue non può nulla contro le nostre debolezze, fragilità, diversità che ci rendono unici e, molto banalmente, umani.

È infatti di individui splendidamente delineati che si compone questo libro, montato su una struttura narrativa che ci svela i dettagli come stanze di una casa che vediamo evolvere nel tempo, scoprendo a ogni capitolo nuove scale, che conducono a soffitte sempre più alte o cantine sempre più buie di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza, mentre quella che cerchiamo è solo la porta d’uscita, da chiuderci alle spalle velocemente tirando un sospiro di sollievo e libertà.
Tanto le chiavi di casa ci scorrono nelle vene.

Autrice: Lulu Miller
Editore: add
Pagine: 216
Prezzo: 18,00€

Se posso evitarlo, non leggo mai le quarte di copertina.
Scelgo i libri a istinto, consigliati da qualcuno, perché mi fido dell’autrice, perché devo leggerli, è rarissimo che lo faccia perché so di cosa parlano. Mi piace scoprirlo via via che sfoglio le pagine, senza crearmi aspettative o immaginari precedenti. Amo profondamente essere sorpresa.

Ecco, “I pesci non esistono” di Lulu Miller è quanto di più sorprendente e inaspettato mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. E la cosa bella è che lo sarebbe stato anche leggendo la quarta di copertina. È un libro che vi prende per mano chiedendovi di seguirlo: continuerete a domandarvi dove state andando, ma vi farete guidare con fiducia, senza riluttanza, perché l’andatura è rilassata e il paesaggio nuovo, piacevole.
Fino a quell’ultima curva.
Mantenendo quello stesso passo tranquillo, ormai fidato, l’autrice vi condurrà oltre una svolta, dietro la quale vi aspetta un panorama che mai avreste immaginato. Un altro mondo, che esiste dentro questo.

Non so come ve la viviate voi, questa faccenda delle quarte di copertina, se avete bisogno di qualche indizio.
Potrei dirvi che questa è la storia di David Starr Jordan, celeberrimo naturalista famoso per aver scoperto e classificato migliaia di pesci diversi, e del suo tentativo di dominare il caos.
Potrei dirvi che è la storia di una disperata e ostinata ricerca del senso della vita. Potrei dirvi che il tarassaco ha un ruolo centrale in tutto questo.
Ma sarebbe troppo riduttivo.
No, non vi dirò di cosa parla questo libro, perché non mi permetterei mai di guastarvi la stessa sorpresa, la rivelazione che non solo cambierà la vostra percezione di ciò che state leggendo, ma della vita tutta.
Vi chiedo solo questo stesso atto di fiducia. Date la mano a Lulu Miller e fatevi mostrare il mondo per ciò che è: “un luogo di possibilità infinite.”

Autore: Alasdair Gray
Editore: Safarà
Pagine: 408
Prezzo: 22,00€

Leone d’oro alla Biennale di Venezia di quest’anno è stato “Povere Creature!”, il nuovo film di Yorgos Lanthimos, regista di punta della Greek Weird Wave, nonché grande amore di una delle libraie. Forse lo conoscete per film come The Lobster, La favorita o Dogtooth.
Se invece non lo conoscete, correte immediatamente a rimediare.

Ora si dà il caso che questa sua ultima opera sia tratta dall’omonimo romanzo di Alasdair Gray, brillante ed eccentrico scrittore, poeta e artista scozzese, autore di titoli considerati capisaldi della letteratura del ventesimo secolo. Gray è noto per aver saputo giocare come nessun altro con il linguaggio, l’impaginazione, la grafica, per ottenere dei libri completamente alienanti e al tempo stesso lucidissimi nel restituire la condizione umana, cosa che ha riconfermato in maniera eccelsa anche in Povere Creature!
Forse lo conoscete per la sua opera più famosa: Lanark – una vita in quattro libri.
In caso contrario, vedi sopra: correte immediatamente a rimediare.

Povere creature! viene descritto come un Frankenstein al femminile, ma è molto di più: è un lungo elogio alla libertà e alla fantasia, un libro che destabilizza ribaltando più e più volte il piano della verità, perché è nel mistero che la nostra immaginazione dà il suo meglio e si fortifica.

Si legge nell’introduzione di Enrico Terrinoni: “Gray sa bene come trasportare i lettori in mondi diversi per sfidare le nostre ipotesi sul mondo che ci circonda. Spesso ottiene questo risultato proprio miscelando un senso di mistero all’insita ambiguità del comunicare, finendo per lasciare i lettori con più domande che risposte.”

E non è forse questo il senso della letteratura? Stimolare la nostra interpretazione del mondo ad essere più multiforme e fluida possibile?

Adesso però riprendiamo le fila e ricapitoliamo:
Prendete una delle menti più folli e geniali della letteratura.
Unitela a uno degli sguardi più disturbanti e assurdi del cinema contemporaneo.
E ora tenetevi saldi, e preparatevi a qualcosa di inevitabilmente travolgente.

Grazie Safarà Editore per pubblicare Alasdair Gray e farci impazzire di meraviglia ❤️

Autore: Scott Spencer
Editore: Sellerio
Pagine: 624
Prezzo: 18,00€

Spiegavo fermamente al mondo come ciò che Jade e io avevamo trovato l’una nell’altro era più vero d’ogni altra realtà , più vero del tempo, più vero della morte; più vero, persino, di lei e di me.

C’è un tipo di amore che, se capita, proviamo una sola volta nella vita, ed è l’amore reciproco adolescenziale, quello dei sedici, diciassette, dei vent’anni.
È quando scopri l’amore passionale per la prima volta e lo scopri insieme all’altro, è la meraviglia condivisa, così intensa e totalizzante che sembra impossibile che anche solo un’altra persona nell’intero universo, dall’alba dei tempi, possa mai avere provato le stesse cose.

Stiamo ancora scoprendo chi siamo e chi vogliamo essere, ed ecco che ci investe quest’esplosione atomica di ormoni, sensazioni, di amore per cui non conta davvero più nulla se non l’altro e la luce che sprigioniamo quando siamo insieme. Come se noi stessi, uniti, fossimo una supernova che sprigiona calore ed energia.

Eravamo ambedue impossibili da distrarre, Le nostre coscienze, avendo trovato le loro perfette chiavi umane, si erano spalancate e accoglievano ogni cosa.

David e Jade si sono incontrati e amati per la prima volta a diciassette anni, ed è lui a raccontarci questo amore, un amore da cui è stato assorbito e che nessuna forza superiore, che sia la polizia, il manicomio, il tempo o Jade stessa, possono scalfire.
Un amore senza fine, per l’appunto.
Senza fine perché questi amori non finiscono. Cambiano, si trasformano, ci si perde, e il più delle volte è davvero meglio così.
Ma il ricordo di quella sensazione rimane e unisce, anche nella distanza e nel silenzio. Come qualcosa che ci è caduto dentro.

Ho letto questo libro completamente travolta: dal realismo, dalla poesia, dai ricordi. E pur avendo pianto dieci minuti di lacrime sull’ultima pagina, ho anche provato sollievo: per non avere più diciott’anni, per vivere ora degli amori altrettanto passionali ma più consapevoli, sani, in cui l’incontro è magia che si espande e non risucchia al suo interno.

Rifarei comunque tutto?
Certo.
Fino a quell’ultima pagina di lacrime e crescita, che è la pura essenza di tormento e catarsi insieme.

Ciò che provavo con Jade mi pareva l’inizio di qualcosa privo d’ogni noto confine, luoghi sconosciuti del corpo e dello spirito. […] Un viaggio nello spazio inesplorato. Non verso la Luna, verso Venere o Saturno, ma oltre, verso la curva più esterna dell’universo, al di là del capo del tempo.

 

Autrice: Gabriella Dal Lago
Editore: 66thand2nd
Pagine: 176
Prezzo: 15,00€

Quella dei millenials è una generazione complessa da raccontare: cresciuta a dogmi, etichette, definizioni, ritrovatasi in una realtà diversa, fluida, irregolare. La generazione precedente era terra, la nuova è acqua, la nostra ha vissuto il passaggio dallo stato solido allo stato liquido. Contiene entrambi: la memoria di un passato roccioso, rigoroso, e quella di un presente inafferrabile, mutevole.

Il dubbio e le sfumature si sono insinuate lì dove dovevamo saperci determinare con chiarezza e colorare a campiture. Così anche ora, pur al centro del cambiamento, siamo vittime di un retaggio che vuole una presa di posizione netta, anche nella trasformazione.

Gabriella Dal Lago, con Estate Caldissima (ed. 66thand2nd), mettendo insieme sette persone, un gatto e un bambino per una settimana, riesce con autenticità e naturalezza a raccontare questo. A raccontarci. A smussare gli angoli, a umanizzare i dubbi, a legittimare le contraddizioni di cui spesso ci sentiamo colpevoli. E lo fa senza urlarle, senza evidenziarle, senza volerle giustificare tramite la spettacolarizzazione, ma con semplicità e comprensione, inserendole nel quotidiano alla pari di tutto il resto.

“E questo è in definitiva il problema di leggere nei gesti degli altri quello che noi vogliamo leggere, e in definitiva questo è il problema di amare male, non mettere mai davvero a fuoco la persona che si ha davanti ma sovrascriverla perennemente con l’immagine che ci si è creati, incastrarla in un racconto senza vederla tridimensionalmente, come un’indagine viziata dai sospetti iniziali, una ricerca di indizi volta a confermare una tesi più che a perseguire la verità”.

La verità è che quella verità non esiste. O meglio, è in continuo mutamento, e noi cambiamo con lei. Questa citazione è ciò che più mi porterò dentro e ciò che più ci descrive, quello di cui siamo vittime e carnefici allo stesso tempo, imprigionati nella tensione costante che ci spinge, da un lato, a cercare forme regolari, definizioni precise, ciò che conosciamo o crediamo di conoscere, e dall’altro, a mettere tutto in discussione, farci acqua, lasciarci sorprendere da immagini, strade, nomi nuovi, ancora da inventare.

Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Pagine: 272
Prezzo: 14,50€

 

Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia

È l’estate del 1928, e Douglas Spaulding, un bambino di dodici anni di Green Town, Illinois, si accorge per la prima volta di essere vivo.
Una scoperta folgorante, che porta lui ad osservare tutto con nuovi occhi, ad allertare i sensi, a voler ricordare, e riporta noi alle nostre estati bambine, in cui forse non lo sapevamo di essere vivi, ma le immagini, i profumi, i suoni si stavano imprimendo nella nostra memoria ugualmente, e ora riusciamo a rievocarle con una nostalgia che ti prende l’anima e te la spreme come i limoni a luglio.

Le cicale, le scarpe da ginnastica nuove, la spensieratezza, le corse a perdifiato, l’erba tagliata, i grandi seduti fino a tardi davanti casa a parlare nel fresco della sera, i gelati, il cinema. Tutto dev’essere fermato, scolpito nella mente, scritto in un quaderno che si divide in Riti e Cerimonie da una parte, e Scoperte e Rivelazioni dall’altra.
La cerimonia del primo vino di tarassaco imbottigliato, del primo giro in altalena, la scoperta che i vecchi non sono mai stati bambini, che la mezzanotte farà sempre paura, che si può viaggiare nel tempo, che le persone ci lasciano.

È l’estate del 1928, lo è per Douglas; per suo fratello; per il nonno, che benedice l’esistenza dei tosaerba; per Leo Auffmann, che prova a costruire una macchina della felicità; per le signorine Fern e Roberta, che hanno comprato una macchina verde e forse hanno investito qualcuno; per il colonnello Freeleigh, che chiama Città del Messico perché qualcuno metta il telefono alla finestra e si possano sentire i rumori della strada; per il signor Jonas, che nel suo carretto ha sempre qualcosa di cui qualcuno ha bisogno.

È l’estate del 1928 ma dentro ci sono tutte le estati, compresa questa, con tutte le loro prime volte e tutte le loro rivelazioni, se solo, tra un sorriso nostalgico e un ventilatore acceso, siamo ancora disposti ad accorgerci che siamo vivi.