Autrice: Caroline Dawson
Casa editrice: L’orma
Pagine: 228
Prezzo: 20,00€
La maggior parte delle persone che leggerà queste righe non saprà cosa significhi scappare dal proprio Paese per motivi politici. Scappare quando si è piccolə, quando siamo appena dei germogli, quando le nostre radici non hanno ancora avuto il tempo di affondare, neppure di sondare il terreno. Quando la nostra identità è ancora ben distante dall’essere definita, e forse, proprio a causa di quella rottura e di quello sradicamento improvviso, resterà confusa, frastagliata, nebulosa.
Caroline scappa dal Cile insieme ai suoi genitori quando è ancora bambina. Fuggono dalla dittatura di Pinochet per il Canada, dove la vita dignitosa e serena che avevano condotto fino ad allora sarà stravolta per il loro status di rifugiati, per il colore della pelle così diverso dal bianco latteo delle bimbe canadesi bionde tutte così uguali, per la lingua che non parlano. Figlia di un insegnante e un’educatrice, Caroline vede i propri genitori, un tempo così solari e rispettati, spaccarsi la schiena pulendo gli uffici e le case delle famiglie borghesi i cui figli a scuola la allontanano e la deridono.
Parlavo una lingua di neve è la sua storia, la storia di chi è stato spinto di colpo giù dal gradino minimo di un’esistenza dignitosa, e che, invece di trovare uno stuolo di mani tese pronte ad aiutare, deve rimboccarsi le maniche, mettere una maschera, camuffare il più possibile le proprie origini e riprendere la scalata cercando di confondersi tra la folla, adeguarsi, nascondendo un’esuberanza innata che mal si adatta al temperamento più mite di una cultura diversa.
Lo racconta per quadri, con ironia, poesia e un realismo a tratti schietto e crudo, che se ci disturba e ci ferisce meglio così, chissà che non sia uno schiaffo di consapevolezza.
Lo scrive in una lingua che non era la sua ma che lo diventa, quella che non sarà mai la lingua dei suoi genitori, quella con cui riesce a rivendicare e costruire un’identità che non è cilena, non è canadese, ma è quella di tutte le persone emarginate, lasciate indietro, accusate, dimenticate, sradicate.
Quelle che si sentiranno intruse ovunque.
Scrivere come una danza macabra o un grido di rivolta.
Scrivere la mia storia come tutte quelle donne in me da risuscitare.










